Giuseppe Carlo Airaghi, "L'unione arbitraria delle singole parti" nota di lettura di Antonio Spagnuolo

 
REcensione di Antonio Spagnuolo su L'unione arbitraria delle singole parti



Una nota critica di Antonio Spagnuolo su "L'unione arbitraria delle singole parti" di Giuseppe Carlo Airaghi (ChiareVoci Edizioni, 2025), tratta da Poetrydream e riproposta per gentile concessione dell'autore.

“L’unione arbitraria delle singole parti” organica antologia di testi che hanno segnato rigorosamente un tragitto di ricerca della parola per un’ampia risonanza di memorie e di formule dal giro policromatico dei tempi.

Il piluccare pagina dopo pagina di appuntamenti, che rappresentano e sono determinanti nell'intera canzone, imprigionati tra riflessi in penombre e scavi programmati nel subconscio attraverso gli anni.
Mi piace scorrere velocemente e soffermarmi in equilibrio ad una poesia in particolare: “Ci inchiniamo”, quasi esemplare di un dire che si apre al canto.
Essa costruisce una lucida rappresentazione della società contemporanea attraverso la metafora dell’inchino: un gesto che, nato come segno di rispetto o di deferenza, diventa qui il simbolo della disponibilità a piegarsi alle convenzioni, agli accomodamenti, agli interessi reciproci e alle ipocrisie condivise. Il plurale del titolo e dell’intero testo - ci inchiniamo, ci restituisca, recitiamo, sosteniamo, applaudiamo - è significativo: il poeta non si pone al di fuori del sistema che denuncia, ma vi si riconosce come partecipe. La critica, dunque, non è rivolta soltanto agli altri, ma coinvolge una collettività nella quale ciascuno, in misura diversa, accetta il compromesso.

Un’ironia sottile è il rapporto con la natura e con la luce del sole, normalmente associato a una dimensione liberatoria, trasformato in una sorta di esercizio rituale. Si spera che quel gesto possa sciogliere la tensione delle spalle e rendere nuovamente «agili», ma l’agilità che segue non serve a conquistare una libertà autentica: serve soprattutto a «scansare / gli assalti frontali», a evitare lo scontro, a sopravvivere dentro una realtà fatta di obblighi e piccoli problemi quotidiani.

Particolarmente efficace il passaggio dalle grandi questioni sociali alle conserve acquistate in offerta, alla dispensa, alla pentola e alla cena che bolle lentamente. Il linguaggio concreto e domestico abbassa volutamente il tono della denuncia.
Dominante l’inciso: «A turno recitiamo la parte assegnata». La società appare come un palcoscenico nel quale gli individui non sono più persone pienamente libere, ma interpreti di ruoli prestabiliti. Si applaude chi ci ha applauditi in precedenza, non per autentica stima, ma per reciprocità e autodifesa. L'applauso diventa così una moneta di scambio, esattamente come l'inchino iniziale.

Nella raccolta molte poesie possiedono una forte vena satirico-civile, sostenuta da un linguaggio volutamente quotidiano e antiletterario. Il pregio maggiore consiste nella capacità di far convivere il domestico e il sociale: le conserve, la dispensa, la pentola, il giacinto, l’attesa, lo smussare il filo, diventano oggetti emblematici di una più vasta economia del compromesso. Molto efficace anche l'alternanza delle metafore dell'inchino, del salotto e del teatro, dell’estate che acceca, che danno progressivamente forma alla denuncia.

Airaghi fa i conti degli anni trascorsi e rivolge la propria attenzione al quotidiano, al monotono radicarsi di un viscerale, imbevuto da una sorta di temporalità, che non ha soltanto dimensioni spaziali, ma privilegia il processo del trasversale che attraversa i ritmi della consapevolezza. 

Quattro i volumi riveduti, dai quali le scelte consapevoli di composizioni che riescono a pennellare con variegate incursioni un panorama degno dell’acquerello. “Un segno di vita inascoltata prima di rintanarsi”, “Le grida dei bambini liberate nei giardini”, “La rotta di ritorno ad Itaca”, “Alle muse non ho più nulla da chiedere”, “Per scrivere poesie sincere è necessario essere innocenti”, “Da questa terra stagioni imbestialite”; “Riapriremo le imposte alla luce che entrerà senza cerimonie”, un susseguirsi ondeggiante di pensieri e di figurazioni dettate da una scrittura morbida e accattivante.
In modi diversi nei suoi versi si possono accarezzare illusioni, previsioni, frammenti di una complessità affascinante, confessioni sussurrate, cenni consolatori e impennate del fato.


Proemio abortito 

Certo non parte avvantaggiato chi,  
sin dall’inizio, non sa a quale santo votarsi. 
Alle muse non ho più nulla da chiedere 
se non che, alla bisogna, mi rammentino  
le cause, gli effetti e soprattutto i motivi. 

Le muse addormentate su polverosi allori 
sono state sedotte e abbandonate nottetempo  
dagli dèi, loro infedeli amanti, 
che non credono alla verità dell’essere  
e neppure al canto sincero ed onesto, 
sguazzano nella retorica  
e indulgono nell’onanismo. 

Dopo avere scaricato le muse  
con un messaggio su whatsapp 
hanno rincarato la dose confessando 
che la poesia non serve a nulla, 
che il canto delle sirene si è disperso sul mare.  

Le muse sono franate dai loro piedistalli 
senza frantumarsi in mille pezzi, 
non avendo null’altro di meglio da fare 
si sono accompagnate  
(con piena soddisfazione delle parti) 
con disillusi figli di notai,  
con anziani proprietari di copisterie, 
con giovani di bell’aspetto 
che leggono fumetti giapponesi 
alle fermate del metrò. 

Ora si preoccupano di mantenere in ordine  
modesti appartamenti periferici
(sui quali gravano mutui ventennali 
e di apparecchiare una cena dignitosa 
dopo avere consumato la giornata 
inserendo informazioni commerciali  
nei labirintici archivi digitali 
di inattingibili multinazionali verticali. 

E non si trovano affatto male. 


Precauzioni ed avvertenze

Per evitare equivoci ulteriori
mi specializzerò in stringate premesse
che approccino i discorsi alla lontana,
parole di circostanza che chiudano il periodo
nel recinto del proprio punto e a capo.
Senza avanzare pretese
né alimentare congetture.
Parole galleggianti in superficie,
che si torcano la schiena in un inchino,
che non perdano di vista
il proposito finale.

Persuaso che omettere e tacere
siano lo stesso accidente o destino
visto venire di fronte
o allontanarsi di spalle.


Per quanto ancora 

Per quanto ancora potremo cantare  
di questa possibile gioia mancata? 
E piangere pure per farci gli occhi più belli 
mentre tu annaffi i fiori in cortile, 
rinnovi terra e vasi alle piantine  
nella cocciuta pretesa di rifiorire  
a ogni nuova cocciuta primavera. 



L'unione arbitraria delle singole parti





Giuseppe Carlo Airaghi : L’unione arbitraria delle singole parti ChiareVoci Edizioni – 2025 – pag. 265 - € 13,00

Il libro è acquistabile tramite il catalogo di ChiareVoci Edizioni e sulla piattaforma Amazon


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