Il woke e chi lo vende
Dal politicamente corretto alla polarizzazione sui social: Federico Preziosi riflette sul modo in cui paure, identità e conflitti vengono trasformati in consenso e monetizzazione.
Va detto senza giri di parole: le esagerazioni del woke e del politicamente corretto costituiscono un falso problema. Sì, d'accordo, certe declinazioni risultano forzate, per non dire fastidiose e asfissianti, ma ancora più opprimente è la cosiddetta cura, che ci ha condotto nelle mani di una cricca fascistoide, abile nello sfruttare certe vulnerabilità del pensiero per giustificare e attuare repressioni ben più preoccupanti, tutte all’insegna del razzismo, del “bianchismo” (evito di utilizzare suprematismo per rispetto dell’arte) e dell’omofobia.
Il mio è tutt’altro che un pensiero originale. Già negli anni '90, nell’osservare il fenomeno del politically correct negli Stati Uniti, Umberto Eco, nelle sue Bustine di Minerva pubblicate su L’Espresso, individuava delle possibili derive generate da un principio sano, nato come pratica legittima a difesa delle minoranze sociali, etniche e sessuali, che assumeva sembianze intolleranti nelle sue espressioni estremizzate. Tali criticità, che la sinistra al proprio interno non ha mai nascosto, nelle mani della destra si sono tramutate in un’arma di propaganda politica, che ha spesso ridotto delle istanze a clip, a meme, a bersaglio semplificato, al fine di costruire un nemico della civiltà da odiare visceralmente. Il woke, in fondo, chiede più diritti e rispetto per tutti, non va considerato soltanto nella sua sfaccettatura più radicale, poiché tale operazione porterebbe con sé problemi analitici evidenti e conseguenti illazioni.
Tanti movimenti, credenze o famiglie di pensiero straboccano di integralismi. Prendiamo il Cristianesimo: malgrado le sue storie di sangue e persino gli scandali accertati di pedofilia al proprio interno, gode di ottima reputazione. In particolare nella propria dimensione cattolica, i papi recenti con le loro encicliche e la dottrina sociale protesa verso gli ultimi continuano a trasmettere l’immagine di una comunità che opera per il bene, anche considerando le comprensibili posizioni sull’omosessualità, il divorzio e l’aborto da un punto di vista confessionale. Nonostante tutto la chiesa parla di fratellanza, uguaglianza, carità. E allora, all’interno di questa galassia, che cosa ci fa il movimento Maga? Deportare, uccidere dei disperati in mare, fare la guerra alle minoranze, non collide con la stessa cristianità? Da una prospettiva Maga no, ma se questo è il Cristianesimo destinato ad affermarsi nel tempo allora siamo dinanzi a un fenomeno fondamentalista, incompatibile con la laicità di uno Stato, con i diritti dell’uomo, con la stessa democrazia. Questo genere di cristianità va temuto, tanto quanto l’estremismo islamico, e non somiglia affatto a una cura dalle derive woke, semmai rappresenta una malattia ben più grave.
La storia ha insegnato, soprattutto in Italia, che nonostante le ingerenze della chiesa (quella cattolico-romana che ovviamente è ben altra cosa dal buzzurrame Maga) si possono ottenere dei diritti antitetici ai valori confessionali e al tempo stesso garantire una convivenza tra credenti e no. «Libera Chiesa in libero Stato», si diceva un tempo. Alla luce di ciò, se è del tutto irragionevole identificare la cristianità col movimento Maga, è stato altrettanto fuorviante ritenere che il woke consistesse interamente in una questione di attori neri nei film o di transessuali nelle toilette femminili, peccato mortale commesso soprattutto nelle schiere liberal. Sono esasperazioni perpetuate da un modo di comunicare che appare sempre più lontano dai codici umani. Siamo arrivati al punto che la polarizzazione è diventata più importante della socializzazione delle problematiche: entrare nelle tematiche quotidiane che affliggono le persone richiede ascolto, studio delle soluzioni, pratica. Selezionando unicamente la parte radicale di un pensiero, possiamo mettere al bando chiunque: è semplice, sono sufficienti delle colpevolizzazioni gratuite e un algoritmo che premia opinioni polarizzanti al fine di generare maggiori attenzioni, dunque più visibilità, interazioni e, di conseguenza, monetizzazione. I mezzi di comunicazione di massa, oggi come in passato, premiano il rumore sopra il contenuto in una logica ben nota: chi grida più forte conquista maggiore spazio, indipendentemente dall’importanza del messaggio.
Esistono persone che monetizzano sfruttando paure e ignoranza: le individuano, le analizzano e le diffondono. Ciò vale per i politici e i loro social media manager, ma anche per i piccoli creator che magari, dall’India o dalla Cina, si dilettano a produrre reel che mostrano le nostre città islamizzate, conseguenza della temutissima sostituzione etnica. E così, in un’atmosfera post-apocalittica, Milano diventa una sorta di Mecca, col Duomo convertito in moschea, mentre i porticati di Bologna ospitano bazar in cui gli oggetti tecnologici reperibili più avanzati sono tè, infusi e spezie colorate. Ci si dimentica che il mondo islamico ha prodotto Dubai, ma questo immaginario malato alimenta un sistema di eccitamento continuo per ottenere soldi e potere.
Non ne usciremo fino a quando non avremo delle regole in grado di combattere la deriva della monetizzazione, istituendo pene esemplari per chi bara e gioca con le falsificazioni. È mai possibile che un interesse mediatico venga determinato con l’acquisto di follower e bot? Spesso il tutto viene giustificato dal pretesto della libera opinione, ma ciò non ha nulla a che vedere con la libertà di pensiero, anzi il più delle volte, chi ha soldi e potere, attua un sabotaggio della minoranza sistematico e chirurgico, a beneficio di un consenso finto, costruito ad arte su problemi che nella pratica sono ben più effimeri.
E allora, se cerchiamo un'alternativa a questo rumore, forse sarebbe il caso di osservare altrove, concentrandosi su chi ha evitato che l’appartenenza a una minoranza diventasse uno slogan. Ocean Vuong è poeta e scrittore di origini vietnamite, ma americano d’adozione. Figlio dell’immigrazione, si dichiara gay e racconta la propria storia con un registro sommesso, chiamando in causa il corpo, campo di affetti, desideri e memorie. La parola di Vuong non pretende, ascolta, attraversa il proprio dramma con rigore letterario e grande dedizione artistica, esattamente tutto ciò che l’engagement social non tenta neppure.
«Non avere paura, gli spari
sono solo il rumore della gente
che cerca di vivere un po’ più a lungo
e non ce la fa. Ocean. Ocean –
alzati. La parte più bella del tuo corpo
è il luogo verso cui si dirige, & ricorda,
la solitudine è comunque un tempo trascorso
Insieme al mondo. […]».
Il corpo e la cultura non sono solo un’origine, ma costituiscono una direzione ignota e spesso necessaria, perché la vita non viene come ce la immaginiamo o ce la raccontano, ma per come siamo chiamati a viverla. Ecco dove arriva la poesia, ecco come uscire dalla dimensione sterilizzante dello slogan: esperienza, ascolto e pensiero. Solo così possiamo invertire la tendenza e ritrovare una parola umana e un orizzonte di pensiero più ampio, capace di restituire delle immagini più sfaccettate e meno polarizzanti al nostro mondo.
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