Alcuni concetti dell'estetica giapponese nella poesia di Bashō (II)

 

Il secondo capitolo di un percorso in quattro tappe tra filosofia giapponese e haiku di Matsuo Bashō. (articolo di Gianni Fabiano)

2. Il mono no aware ovvero l'elogio della transitorietà di tutte le cose

C'è un altro concetto nella cultura giapponese che si collega alla transitorietà dell'esistenza (wabi sabi). Si chiama mono no aware - la contemplazione della bellezza fragile insita in tutto ciò che esiste in natura - quel sentimento di gioia accompagnato dalla struggente consapevolezza che tutto finirà. Ciò non si configura come angoscioso distacco dalle cose, ma piuttosto come attiva accettazione e dolce nostalgia, che è un senso più sfumato di commozione, tale da provocare una reazione di risveglio, un'esortazione a vivere la vita più intensamente e a godere il più possibile questi attimi fugaci. È uno sguardo sereno su tutto ciò che vive e sfiorisce, accettando la fine non con drammatica sofferenza ma con un armonico lasciare andare. Questo in fondo è il senso della vita: tutto si esprime in questi passaggi, dalla vita alla morte, in un'eterna transizione.

Nella cultura nipponica questo sentimento di partecipazione alla bellezza effimera viene vissuto tutti gli anni in occasione della fioritura dei ciliegi a primavera, tra la fine di marzo e la metà di aprile. È una festa che celebra lo splendore della caducità della natura e della ineluttabile fine di tutte le cose. Dura tutto il giorno, fino a notte, quando arriva il momento di liberare nell'aria le lanterne di carta con i propri desideri e le proprie speranze. Il senso di questa festa è considerare la vita nella sua impermanenza; perciò, ogni gesto o momento diventa importante, proprio perché destinato a finire. La bellezza si esprime come empatia nei confronti di tutto ciò che passa e si trasforma nella sua fragilità. Pensiamo agli anni della vecchiaia. Ma proprio questa consapevolezza rende capaci di accettare la vita che sfugge, senza drammatizzare. Una soffusa malinconia accompagna ogni manifestazione di passaggio con dolcezza. E proprio questa consapevolezza aiuta a vivere senza troppi affanni e preoccupazioni, avendo chiaro che tutto, anche il dolore, si trasforma nel tempo.

Cosa sarebbe, infatti, la vita se tutto procedesse senza alcuna variazione, e si ripetesse sempre uguale per sempre? Sarebbe una noia mortale. Di qui il senso di una bellezza che si raccoglie intorno all'attimo fuggente, lasciandolo scorrere via. Riuscire a viverlo pienamente, diventa un elemento di forza e non di smarrimento. Nulla può restare invariato per sempre, forse neppure l'eternità è qualcosa di fisso e immutabile.

Qualcuno potrebbe obbiettare che queste sono solo belle parole. Come si fa a smettere di aver paura, di mettere da parte ogni preoccupazione e vivere così disinteressatamente? È qui, a mio avviso, che una certa saggezza orientale può venirci in aiuto: inducendoci a fermarsi, a contemplare gli attimi che se ne vanno, standoci saldamente dentro, con la giusta postura dell'ospitalità e della presenza mentale. Fermandosi a contemplare i propri respiri, in solitudine e in pace. È questo che da millenni ci insegnano le grandi sapienze spirituali della terra, non solo quelle orientali. Rendersi conto che tutto è connesso e impermanente è motivo di conforto. Sono esperienze da fare, parlarne non rende. Gli orientali se ne sono accorti prima, se ancora oggi dedicano tempo ed energie a queste pratiche e a celebrare eventi come l'anami (la fioritura dei ciliegi) con gioia e gratitudine. È una forma di educazione che va affinata e trasmessa alle nuove generazioni, divenendo stile di pensiero e di vita. Ogni attimo è unico e fascinoso. Riuscire a coglierlo è il principio di una malinconica gioia, la chiave del mono no aware.

Noi possiamo scegliere di vivere in ogni momento in due modi diametralmente opposti: orientandoci verso la catastrofe, in modo sempre più accelerato, come stiamo facendo, oppure verso la presa di coscienza di una rigenerazione del nostro modo di stare al mondo. È un'alternativa antropologica. Non lo abbiamo ancora capito finora, questo è il tempo giusto per interiorizzarlo.

Noi possiamo vivere questo tempo nel nostro corpo spirituale, è un atto volontario favorito dalla conoscenza di queste sapienze che soltanto un secolo fa non era così alla portata di tutti, come oggi. Ci vogliono pratiche. La spiritualità sta diventando una questione di metodo. Per fare esperienza ci vuole un metodo.

Il Mono no aware è una “dolce tristezza” che nasce dalla consapevolezza della transitorietà di tutto ciò che esiste. È il sentimento di chi sa che la bellezza risiede proprio nel fatto che una cosa finirà, come il petalo di ciliegio che cade o la luce della luna che svanisce all'alba. L'effetto poetico è una profonda nostalgia che connette l'osservatore alla natura, sottolineando l'impermanenza della vita.

Alcuni componimenti di Bashō, per quel che riesco a percepire, vanno in questa direzione.

O primavera che se ne va!

Gli uccelli cantano,

negli occhi dei pesci lacrime.


Ammalatomi in viaggio,

il mio sogno corre ancora

qua e là nei campi spogli.


Che malinconia!

Ancor più struggente che a Suma

spiaggia d'autunno.


Note

5. Bashō, Poesie, haiku e scritti poetici, a cura di Muramatsu Mariko, La vita felice, Milano, 2025, p. 21.

6. Ivi, p. 39.

7. Bashō, Lo stretto sentiero del profondo nord, Einaudi, Torino 2022, p. 120.




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