L’unione arbitraria delle singole parti di Giuseppe Carlo Airaghi
L’unione arbitraria delle singole parti, una raccolta antologica che riunisce poesie scritte nell’arco di dieci anni, tra memoria, esperienza e ricerca di un possibile senso.
Dalla Postfazione di Elisa Malvoni
Per Giuseppe Carlo Airaghi proporre in un unico libro poesie scritte nell’arco di dieci anni ha il significato di fare ordine dentro una voce che non ha mai smesso di interrogarsi.
L'autore sembra aver raccolto in questo volume le domande che a più riprese sono tornate a bussare, le immagini che hanno resistito al tempo, le visioni che hanno chiesto un ulteriore sguardo.
Il titolo stesso, L’unione arbitraria delle singole parti, dichiara che l’arbitrarietà è l'unica via possibile per restituire voce soprattutto a quei testi che sono stati scartati perché non del tutto in linea alla produzione precedente di Airaghi, il quale ha sempre preferito mettere alla prova la propria penna poetica costruendo opere dal chiaro filo conduttore. Questo ha implicato molta scrittura, molta revisione, molto scarto.
Le poesie salvate dall'editing e quelle recuperate dal cassetto degli inediti mostrano come nello spazio di più libri, in fasi di vita diverse, siano rimaste costanti alcune urgenze: il dialogo con l’interiorità, la necessità di nominare il dolore, l’attenzione al paesaggio urbano e umano.
Quello che tiene insieme testi apparentemente lontani è la costanza di una postura poetica: rifuggire la retorica e scegliere parole capaci di nominare ciò che altrimenti resterebbe nel campo del non detto:
«Non è compito della poesia / consolare il male dal proprio male. / Il compito semmai è nominarlo.»
È proprio questa la funzione che Airaghi affida alla scrittura: prima descrivere, poi rivelare, anche quando le rivelazioni allargano le ferite.
Così, un giro al mercato rionale diventa metafora del logorio degli anni:
«Resta qualcosa impigliato ai tendoni / ai vulnerabili carciofi esposti […] questa umanità animale / aggrappata feroce alla vita, / alla fatica della presa.»
È una poesia che non si limita a descrivere, ma cerca nella realtà quel punto in cui l’esperienza individuale incontra due condizioni comuni a tutti, il dolore e la fatica.
Anche nei testi più interiori, lo sguardo è posato sulla comunità umana:
«Camminare e camminare ancora / è l’unico modo che ancora mi resta / per dichiararmi ancora vivo.»
Ad ogni metro di questo cammino riconosciamo l'istinto comune di resistere.
La raccolta ridona coerenza a partire da un percorso accidentato e vario, fatto un po' a piedi, in bicicletta, in auto, in tram, in autobus, in carrozzina, in treno, in ambulanza e per mare.
L'unione arbitraria delle singole parti ci insegna a riconoscere i variegati avvenimenti della nostra storia privata per comporre un senso - almeno provvisorio - della propria esistenza.
Dalla introduzione dell’autore
Quando ho pensato alla realizzazione di questa sorta di raccolta antologica mi sono posto due domande principali: quale fosse la necessità personale di una operazione che rischiava e rischia di apparire una pura e immodesta espressione di narcisismo e quali fossero le motivazioni urgenti che mi stavano spingendo verso questa, con buona probabilità, inopportuna e ridicola decisione.
Non ho trovato risposte davvero convincenti a queste mie domande se non quelle che pongono la propria radice nella convinzione che nell’esistenza di ogni essere umano arriva il momento in cui si avverte prepotente la necessità di tornare sui propri passi, non tanto e non solo per mera nostalgia, ma per tentare di fare ordine, di interrogare ciò che ci si è lasciati alle spalle, non tanto e non solo per verificare il cammino compiuto ma per tentare – anche solo provvisoriamente – la ricomposizione di un puzzle che restituisca la parvenza di un'immagine compiuta.
In queste pagine riproposte c’è tutto il mio bisogno di “rileggersi”, di restituire una visione organica a quelle parole ricorrenti, a quei gesti, a quelle immagini e visioni che da sempre mi abitano, mi attraversano e mi scavano.
È da questa esigenza che è nata la presente raccolta: tracciare una mappa a posteriori, tentare di conferire unità a un percorso poetico che, mentre andava realizzandosi, non perseguiva consapevolmente alcuna sistemazione organica.
L’unione di queste singole parti, di queste poesie scritte nell’arco di diversi anni, in contesti e fasi differenti è, come afferma il titolo, arbitraria.
Ma non per questo, spero, priva di senso, quantomeno nel suo tentativo di ricerca di senso.
Nel tracciare questa ipotetica mappa non ho seguito un criterio cronologico, né ho inteso documentare uno sviluppo lineare di poetica. Né, d’altro canto, ho voluto costruire una coerenza stilistica posticcia a posteriori. Ho invece scelto di accostare testi tratti da quattro raccolte già edite (I quaderni dell’aspettativa, Quello che ancora restava da dire, La somma imperfetta delle parti, Monologo dell’angelo caduto)* secondo una logica tematica che oggi mi appare come la più fedele al modo in cui la poesia ha attraversato e accompagnato la mia esperienza di scrittura.
Rileggendo questi volumi, ho riconosciuto – spesso con sorpresa – la ricorrenza di immagini, nodi, interrogativi, figure e visioni che continuavano a emergere e che mi è parso coerente raccogliere in nuove dimore di senso e di contiguità…
… Non si tratta di capitoli nel senso tradizionale, né di elenchi esaustivi di temi. Piuttosto, sono soglie da attraversare, ipotesi di lettura che permettono a testi originariamente distanti da un punto di vista temporale di dialogare tra loro.
Se ciò accade, è forse perché, pur attraversando inevitabili cambiamenti e modifiche di linguaggio, sono rimasto negli anni fedele a una stessa necessità poetica: quella di dismettere l’armatura per narrare l’indicibile con parole, immagini e storie il più possibili chiare e dirette…
…L’adozione della forma poemetto ha rappresentato per me anche un tentativo di prendere le distanze da certi stereotipi dominanti nel fare poetico contemporaneo, tentando di allontanarmi dalla ricorsiva esibizione dell’io lirico, frequentemente sovrapponibile in modo immediato all’io dell’autore.
Con i due poemi ho provato a disinnescare questo meccanismo, affidando la voce a un personaggio, cercando – seppure con esiti parziali – di filtrare la soggettività attraverso un meccanismo narrativo. Un tentativo che, come mi è stato fatto notare, non riesce del tutto: in filigrana, l’autobiografismo emerge comunque. E di fronte a tale osservazione, non posso che dichiararmi consapevolmente in difetto: in poesia, è impossibile non attingere, in qualche misura, dal proprio vissuto.
Ma occorre intendersi su cosa significhi autobiografismo. Non è affatto necessario che ciò che si racconta sia stato effettivamente vissuto; esiste un autobiografismo delle possibilità, di ciò che si è solo immaginato, desiderato, fantasticato; di ciò che si è appreso indirettamente, ma che ha lasciato un’impronta emotiva e conoscitiva tale da renderlo parte della propria esperienza interiore. In questo senso, ogni poesia è autobiografica, anche quando mente.
…Non so se un’antologia possa davvero restituire un’immagine fedele del suo autore. Forse, come ogni gesto di riordino, racconta più del presente che del passato. Ma in questa raccolta ho cercato di riconoscere ciò che resiste, ciò che ritorna, ciò che ancora oggi – nonostante e oltre la scrittura – continua a interrogarmi.
Il lettore troverà, mi auguro, il filo che unisce le singole parti. Un filo sottile, arbitrario e incompleto a causa della sua natura in perenne revisione.
Da Il poema del cammino
2
Ora che tutto mi appare più chiaro,
il velo della foschia si è sollevato.
Dissolta è la miopia che mi spinge
a provare vergogna nel chiedere
se quelle intuite all'orizzonte siano
nuvole basse o profili consumati di montagne,
quale sia la consistenza vera
sospesa tra l'immanenza dei monti
e l'evanescenza delle nubi.
3
Vado incontro al mondo, al terso gelo
in odore di bucato steso ad asciugare
per lasciarmi la solitudine alle spalle.
Per liberarmi da questa inquietudine
dovrò camminare fino a piagarmi
le piante dei piedi, a toccare la linea
di quella montagna sospesa e lì
rassegnarmi al fatto che non esistano
orizzonti raggiungibili per le mie pie illusioni.
Camminare e camminare ancora
è l’unico modo che ancora mi resta
per dichiararmi ancora vivo.
4
Dicono che la natura dell'uomo segua
le regole dei fiumi, persi in percorsi
tre volte superiori al necessario.
Presa la distanza tra la fonte e la foce
moltiplicata per pi greco, il risultato
è un dipanarsi di anse, deviazioni
ansie, timori di essersi perduto
matematicamente corrispondenti
alla strada esatta da percorrere
in questo sbandare di fiumi indecisi
verso il destino, il mare che attende,
preciso alla virgola come un teorema.
5
Ogni accadimento di questa mattina
sarà quindi un imprevisto calcolato,
compreso nel tragitto programmato,
una sbavatura del tratto sulla mappa
che distrae il percorso ma non l'inganna,
il pi greco scientifico da moltiplicare
per la distanza minima tra sorgente e foce,
l'esperienza che fa divagare il fiume
lo gonfia prima di giungere al mare.
7
Nelle parole della mia infanzia
i fiori non avevano nome, gli alberi
erano alberi, semplicemente.
Solo le campanelle bianche avevano suono
per annunciare la fine dell'inverno: mughetti
che mia madre raccoglieva a mazzetti.
Voglio oggi imparare i nomi degli alberi,
dei fiori al ciglio della strada, dei venti
che mi fanno lacrimare gli occhi,
delle stelle che per miopia non vedo,
degli uccelli cacciati con le fionde.
Da bambini ogni crudeltà è immacolata.
L’unione arbitraria delle singole parti - Giuseppe Carlo Airaghi - ChiareVoci Edizioni pag.265 euro 13.00
Acquistabile sul sito di ChiareVoci Edizioni


per non dimenticare che oltre a essere un buon editore, Giuseppe è anche un ottimo autore
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