La liturgia del presente nella poesia di Francesco Lorusso

 
Donghi


Una lettura de L'ultimo uomo, tra crisi del linguaggio, identità dissolta e un sacro che sopravvive nelle sue forme svuotate. (articolo di Mauro Pierno)


Questa nuova, breve raccolta di Francesco Lorusso, poeta di lungo corso, intitolata L'ultimo uomo (Transeuropa Edizioni, 2026), non lascia spazio ai fraintendimenti, pone al centro l'Uomo, la sua ombra, il calco della sua distruzione, ma anche quell'abbondanza che gli è stata concessa e che oggi sembra incapace di riconoscere o custodire.

Fin dai primi testi la raccolta si configura come una liturgia laica del nostro tempo. L'uomo vi appare come un essere che ha smarrito la propria origine e il proprio linguaggio. Le parole diventano il luogo di una presenza spettrale: uomini ridotti a fantasmi di parole, parole che perdono sé stesse, si rinnegano, si consumano nel loro stesso significato. Emerge così nei versi del poeta con forza persuasiva una insanabile crisi del linguaggio e delle idee:

Fra i fili della obiezione
sfilano i diversi contrari
rimasti a stringersi alla parola
fattasi più insana e sola.

La parola non fonda più il mondo, ma lo attraversa come una voce isolata, incapace di ricomporre i contrari.
È il segno di una frattura profonda che investe l'uomo e il suo rapporto con il reale, tanto che in Lorusso anche il tempo naturale sembra essersi spezzato:

Il frutto ha perso la stagione
e per sé non ha più rinunce,
chicchi di una ignara scommessa
abbiamo tutto a noi concesso.

L'immagine del frutto fuori stagione diventa metafora di un'umanità che ha perduto il ritmo originario dell'esistenza, sostituendolo con una sterile autosufficienza. Gli stessi significati sembrano irrigidirsi fino a diventare pietra, statue di sale incapaci di generare nuova vita. È un'immagine questa che ritorna, nella straordinaria sequenza, in maniera più lampante nel testo seguente che riporto nella sua interezza:

La sabbia fluente col perduto
seleziona il bianco a voci sgretolate
poggiando il fianco al greto muto
e restando in pochi gesti liquidi
che pietrificano i lati presenti
con gli spigoli delle cose
perdute nella polvere del tufo.

Qui il fluire non produce trasformazione, ma immobilità, facendo depositare la materia nella memoria del tufo, della polvere, della pietra e ancora la vita sembra arrestarsi nel suo stesso movimento.

In tutta la raccolta si avverte una inquietudine costante, fatta di urla trattenute e silenzi che diventano materia poetica capace di produrre una tensione che conduce verso quella che potremmo definire la vera nuova religione del nostro tempo, il “credo” basso dell’uomo contemporaneo, ultimo testimone di sé stesso, e verso l’estinzione etica e fisica; come dimostrano, a titolo esemplificativo, questi versi asciutti e limpidi:

Nuove fonetiche
muovono le sere
negli incontri previsti.

Cloni diversi sperdono i nomi
e sei dove il pensiero non ti richiama,
perché qui la festa ha già cambiato il suo costume.

L'identità si dissolve, i nomi vengono dispersi, il pensiero non abita più l'uomo e perfino la festa, luogo simbolico della comunità, diventa una maschera continuamente sostituita. L'approdo di questa ricerca è forse racchiuso in uno dei testi più intensi della raccolta:

Apostrofa quella data errata
il santuario sempre aperto
dove il canto viene omesso,

la vita si incide nel disastro,
consegnandosi alla salvezza
di file sottili e zampilli di dati,
dissipati fra i mille segni dei fedeli.

In questi versi, carichi di immagini originali, il sacro non scompare, cambia forma, permettendo al santuario di restare aperto nonostante al suo interno ogni canto sia stato abolito; così tutta la fede sembra trasferirsi nei freddi dati, negli archivi, nei segni digitali di una nuova liturgia tecnologica. Una denuncia potentissima della dissipazione dei valori, sacri e non solo, della contemporaneità.
Nella sua ultima lirica il volume ci porta a compimento di questo itinerario, amplificando la visione di un uomo ormai ridotto a soggetto uniforme, estraneo persino a sé stesso, respinto anche dalle serpeggianti lusinghe del presente e dal proprio io.

il gesto più scorretto si imbriglia nella rete
e scorre rapidamente il serpente presente
lontano dalla terra, dal colore profondo del cielo

L'ultimo uomo si offre così come un vero e proprio breviario del presente, dove la poesia di Francesco Lorusso costruisce una liturgia della perdita, della parola ferita, dell'identità dissolta e di un sacro che sopravvive soltanto nelle sue forme svuotate. Una scrittura essenziale, densa di simboli e attraversata da una tensione continua, che chiede al lettore non soltanto di leggere, ma di sostare dentro il silenzio delle sue immagini.



Francesco Lorusso (Bari) è poeta e musicista.
Sue poesie e interventi critici sono apparsi su riviste quali “Poesia”, “Atelier”, “Anterem”, e su diverse piattaforme online, tra cui “La Recherche”, “Carte Sensibili” e altre. Ha pubblicato le raccolte Decodifiche (Cierregrafica, 2007), L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, 2014), Il secchio e lo specchio (Manni Editore, 2018), Maceria (Arcipelago Itaca Edizioni, 2020) e Due punto uno (Arcipelago Itaca Edizioni, 2025). Sperimenta forme di scrittura condivisa e interdisciplinare: con Mauro Pierno ha realizzato il volume Tra i Tempi Tecnici (Edizioni Spagine del Fondo Verri, 2021); con il musicista Franco Degrassi ha ideato l’installazione acusmatica Decodifiche2 (2019), che fonde suono e parola poetica.


Mauro Pierno vive a Ruvo di Puglia (Bari).
Autore anche di testi teatrali, fa parte degli esponenti della NOE (Nuova Ontologia Estetica) ed è presente nell'antologia Poetry Kitchen – Antologia di poesia contemporanea, a cura di Giorgio Linguaglossa (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2022). Sperimenta scrittura a quattro mani con Francesco Lorusso, con il quale ha realizzato la silloge 36 Pedisseque istruzioni, pubblicato inizialmente sulla rivista cartacea “incroci” (rivista scientifica ANVUR, Area 10), poi ampliato e rielaborato nel volume Tra i tempi tecnici (Edizioni Spagine del Fondo Verri, Lecce, 2021), arricchito da un'ampia postfazione del poeta Antonino Contiliano.
In poesia ha pubblicato i volumi Ramon (Terra d’Ulivi Edizioni, Lecce, 2017) e Compostaggi (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2020), mentre è in corso di pubblicazione la raccolta dal titolo La manipolazione ed altri innesti per ChiareVoci Edizioni.


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Commenti

  1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. Ancora grazie a Mauro Pierno per quanto mi ha scritto e al blog di ChiareVoci per lo spazio dedicatomi.

    Un saluto a tutta la redazione e ai lettori di questo Blog.
    Francesco Lorusso

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