Non si può tornare a casa: il nuovo libro di Cristian Izzo ed Emilio Costa
La postfazione di Michele Baraldi e tre poesie dalla nuova raccolta pubblicata da ChiareVoci Edizioni.
V’è una grande, segreta e luminosa area comune tra il teatro e la poesia: essa si annuncia e si manifesta là dove e quando l’artista o l’artigiano della parola e dell’azione, sia attrice, regista o attore, scrittrice, poeta o scrittore, coglie nella sua più radicale e inesorabile concretezza la necessità e l’urgenza di vedere, pensare, esprimere, mettere in scena o sulla pagina il piccolo o grande teatro del mondo veduto e vissuto quale lo vedono e vivono gli altri e non solo come noi lo esperimentiamo o crediamo di esperimentarlo nella nostra iperuranica, solipsistica e inaccessibile solitudine d’esseri sottratti a ogni corruzione fisica e morale.
Occorre trovare il coraggio, la maestria e la disperata intelligenza di conoscere e testimoniare l’alterità del mondo per attingere alla fonte di una speranza non mentita e ancora non totalmente disillusa riguardo all’umana faccenda, quando la divina sembra aver preso tutt’altro corso, guardandoci da lontano, come una Terra da cui ci allontaniamo sempre più rapidamente, dopo averla devastata e resa definitivamente inabitabile, sperando l’impossibile e immaginando di avere memoria di quest’ultimo giorno strappato all’abisso. Quest’ultimo tempo prima dell’addio è la poesia. Poesia è la goccia che fa traboccare il vaso, scrisse il nostro caro Seamus Heaney: è “ogni forza che porta una cosa dal non essere all’essere”, testimoniò Diotima nel Simposio di Platone – è la corda tesa sull’abisso.
La già molto notevole esperienza umana, poetica e teatrale di Emilio Costa e Cristian Izzo che si esprime audacemente e non meno responsabilmente in questo libro, Non si può tornare a casa è un raggio di luce fendente attraverso le rovine di questa nostra paradossale, anzi ossimorica e perfettamente involontaria contemporaneità e tentarne un giudizio è impossibile: unico metodo è indovinarne l’estro e il genio – comprendere il metodo di questa feconda e magnanima follia, interpretare liberamente, senza mai pretendere di aver capito ogni cosa una volta per tutte, essere attori della nostra umilissima e fraterna testimonianza quanto loro nei fatti lo sono in poesia, venendo da un teatro che è in prima e ultima istanza la fonte di ogni arte, perché affonda le sue radici in un Paese che è nella sua più schietta e profonda essenza Teatro, l’Italia.
Se vi è mai stato un “io” su questo pianeta – e non lo credo – che stiamo abbandonando al non-suo, ma nostro destino, questo io non è solamente l’“autre” scritto ed evocato nella famosa lettera di Rimbaud, cui questi giovani poeti curiosamente assomigliano: è una somma di altri in dinamico movimento che solamente il teatro della poesia e la poesia del teatro possono sinceramente ed efficacemente testimoniare. Autentica vertigine è vedere, udire, esperimentare il mondo dal punto di vista degli altri e comprendere che non soltanto la conoscenza dell’Altro che il teatro e la poesia ci offrono è frutto di un supremo, quotidiano e ancestrale duello fenomenologico tra interpretazione e realtà – essa apre a quello che Husserl chiamò il Mondo della Vita –, ma sapere che la nostra conoscenza di noi stessi non è che un’unica e plurima conoscenza degli altri: essi formano l’unità apparente e l’incessante metamorfosi della nostra persona; persona che è, appunto, maschera – e l’interpretazione del sogno di quel che noi siamo e di quel che gli altri sono non è altro che teatro e un’infinita successione o compresenza di maschere che si levano l’una dopo l’altra in un’inesausta e fatalmente interminabile ricerca del Volto e del vero e più grande e inattingibile mito umano, la Realtà.
Questi nostri attori, drammaturghi, studiosi e registi sembrano già cominciare a parlare la lingua di Eduardo e la poesia di Bertolt Brecht e molto in filigrana quella di Aleksander Blok, Majakovskij e Khlebnikov resuscitati dall’indimenticabile mago Angelo Maria Ripellino e da Carmelo Bene: sono quei giovani che noi apocalittici e integrati o meglio in romanesco fulminati e coatti abbiamo condannato alla fine del mondo prima ancora che nascessero e ora ci presentano, felicemente sorprendendoci, un mondo nuovo dai loro propri punti di vista e lo calano come da un battello shakespeariano o un balcone napoletano in piena tempesta nel Teatro, come se il teatro fosse – ed è! – quell’elemento fondamentalmente ed essenzialmente rivelatore dell’esperienza umana in cui ciò che è possibile diventa finalmente reale e come se il teatro, fuor d’ogni metafora, fosse veramente il mondo e il mondo teatro.
Attenzione, siamo a un punto limite della storia dell’umanità e questa poesia testimonia di un mondo antico e ultramoderno, in cui attori sapienti e letteralmente ingenui – l’ingenuità è l’arte di attraversare le frontiere – sanno dissimulare la loro enciclopedica cultura – come hanno ben testimoniato Ferdinando Taviani e Mirella Schino nel Segreto della Commedia dell’Arte – in un linguaggio letteralmente geroglifico in cui il verbo è corpo e che ci riporta in un altro improvviso salto temporale alla profezia di Antonin Artaud: Et je peux/je veux, avec le hiéroglyphe d’un souffle, retrouver une idée du théâtre sacré.
Capitale, nella storia della cultura europea in atto, è la Commedia dell’Arte: attori, registi e scrittori vi ritroveranno meraviglie; vi scopriranno inoltre la verità paradigmatica e veramente trascendentale del fatto che noi siamo gli altri e siamo veramente noi in questo e non potremmo esserlo se non fossimo altri; vi è già un teatro dentro di noi in cui assumono volti e maschere infiniti personaggi – ognuno di noi, anche la più modesta e umile persona, costituisce la somma vivente e pensante e agente di una grande molteplicità di creature, Pirandello non è passato invano dalla scena e dalla pagina e ha lasciato un’eredità incontestabile al teatro e alla letteratura universale.
E mi sembra che teatro del mondo sia la giusta espressione che possa cogliere il ritmo, la forma e la vocazione di questa poesia. Essa si offre alla pagina come teatro di quel che accade: e il mondo non appare qui come oggetto, ma come visione – teatro, diremmo. Tra le mille e più di mille letture mi colpì molto durante la mia prima giovinezza la Persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter, dove nella persuasione v’era un vitale accordo tra l’intenzione e la forma, volontà e rappresentazione, tra l’inizio e il fine, quando la “retorica” si manifesta – e non è la sua unica verità – come artificio esteriore. In questo senso qui il fiore di Zeami, puro segreto del teatro Nô e la natura di Leonardo, maestra de’ maestri, si accordano per offrire al lettore una poesia non mentita, un teatro del mondo in cui la maschera della parola rivela il volto dell’attore e insieme l’essenza del fenomeno.
Poesia è arte del levare. Non dell’aggiungere, non di un vanitoso e ridondante mostrarsi, non del far finta di e non essere alcunché, ma del togliere l’inessenziale e raggiungere l’essenza, restituendo alla vita quel che è della vita e mandando Cesare a quel magnifico paese che è di Cesare, cioè la Francia. Direi in questo senso preciso che la poesia di Cristian Izzo ed Emilio Costa è persuasione ma non senza rettorica: in questo caso, se mi si permette il neologismo traslato, una sorta di ars theatraliter dicendi. Si può dire anche: questa poesia è il fiore di Zeami segretamente offerto al miglior spettatore, che diventa qui, attenzione, il lettore. È a Te, lettrice o lettore, che questo libro sta parlando!
E questo fiore non si aggiunge all’ordine della creazione, ma sorge per così dire da quel gioco e da quel giogo paradossalmente libero che è il teatro del mondo, dove niente si aggiunge inutilmente dal di fuori, ma tutto è giustificato da quel segreto cammino che dal seme porta al frutto, e dal cielo, dalla terra, dalle fonti vere porta alla pianta, e al fiore. Mi affascina in questi giovani autori e in questo libro il teatro del mondo non come metafora, ma come vera e propria realtà: del resto quel che il lettore tende a chiamare metafora per il poeta è la realtà stessa, realtà che è sempre un’altra, come sempre un altro è l’attore e il personaggio che interpreta e il fenomeno che manifesta attraverso il suo gioco. E capitale è qui la dimensione del sogno e del gioco: Play, jeu, Spiel; no, stiamo e non stiamo scherzando – giochiamo, come i fanciulli del buon Eraclito, un altro genio della Magna Grecia.
Gioco, teatro, mondo… Sogno, in fine. V’è qualcosa di rich and strange in questa poesia come in una tempesta shakespeariana, qualcosa di elisabettiano insomma, e perfino truculento, qualcosa di una commedia dell’arte colta nel momento crepuscolare in cui comincia a diventare teatro scritto e nuovamente agito, Molière. Siamo soli, come stelle, disse qualcuno e play it again, Sam: ormai non è più il caso di evitare la fine del mondo, ci siamo dentro fino al collo, e oltre; sembra, mi si perdoni e comprenda, che non resti altro che cantare, come diceva Beckett, Sam, giustamente – ma, per vie traverse di teatro e poesia, possiamo forse ritardarne di qualche istante la conclusione e manifestarla come un rinnovato inizio. Un nuovo rinascimento, così lo chiama l’incomparabile maestro e compagno di strada Gao Xingjian.
Un altro inizio oltre la fine del mondo, ecco che cos’è forse questa poesia. Al lettore il testimone e questo è tutto quel che conta: il passaggio del testimone – passaggio che avviene, favorevolmente, attraverso una porta socchiusa, attenzione, vi si vede una lama di luce e resti così, meravigliosamente socchiusa e mai troppo aperta, questa è la speranza, questa è l’Utopia.
Michele Baraldi,
Parigi, 9 settembre 2026.
28.
Ci è concessa una pietà
arida che parte dal ferro
acuminato di una baionetta
e affonda diritta al cuore. D'altronde
siamo cacciatori di balene, non
pescatori d'anime. E affinché
la bestia sia spacciata in fretta
ed in fretta sbrigato il lavoro
la parola giusta, piuttosto
che la migliore, è l'arma più
adatta a riprendere l'iniziativa.
Nello spirito di una risposta feroce.
29.
Il re è nudo, il trono
è vuoto. No hay banda.
Per altro, notizia bomba:
non c'è neanche
il fottuto regno di Scozia.
Ragazze, non presentatemi
le vostre amiche simpatiche.
30.
Lascia che io ti elimini
c'è questa arroganza
della persona che subisce
intollerabile. Io che esercito
la Violenza mi chiedo
perché tanto odio contro di me
e che maleducazione sia questa
lascia che io ti elimini finalmente
ostacolo alla mia felicità
non ti vergogni di non saper sparire?
Cristian Izzo
Attore, regista e drammaturgo. La sua ricerca artistica si è focalizzata sull'intersezione tra teatro e filosofia, portandolo a collaborare
con istituzioni internazionali in Francia, Germania, Spagna, Finlandia e Lituania. Nel 2020 il suo testo l'AntiVergine ha vinto il premio di drammaturgia "Nuove Sensibilità 2.0" e nel 2022 ha pubblicato la sua prima silloge, “Dialoghi tra Diogene e il Sole". È stato l'unico poeta italiano invitato al Morecambe Poetry Festival nel 2023. Nello stesso anno, la rivista accademica “K. – revue transeuropeenne des art et philosophie” pubblica il suo testo “The Tramp – de l’arte di vagabondare in versi”, per l'Università di Lille. Nel Marzo 2025 ha tenuto un Seminario per l’Università di Chieti-Pescara “G. D’Annunzio”. Attualmente è External Lecturer in Acting presso l’Institute of the Arts Barcelona.
Emilio Costa
Laureato con lode in Filologia Italiana, è un artista poliedrico e Direttore della Fotografia. Ha collaborato con riviste letterarie e nel 2016 ha co-fondato con Cristian Izzo l'ensemble crossmediale “Il Luogo in Buio”. La sua attività di Direttore della Fotografia lo ha portato a firmare sette lungometraggi, vincendo nel 2022 il premio per il miglior film italiano ad Alice nella Città con Desirè. Molteplici contributi ed interviste sono stati pubblicati in testi accademici sul cinema. Fa parte dell'AIC (Autori Italiani della Cinematografia).
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