Poete oltre le stanze – l'antologia curata da Elisa Malvoni: articolo di Adele D'Addario e prefazione della curatrice

Copertina dell'antologia "Poete oltre le stanze" a cura di Elisa Malvoni, ChiareVoci Edizioni, novembre 2025


A cento anni da Virginia Woolf: l’antologia “Poete oltre le stanze” (ChiareVoci Edizioni, 2025) curata da Elisa Malvoni, con l’articolo critico di Adele D’Addario e la prefazione della curatrice.

Articolo di Adele D’Addario

A cento anni dal celebre suggerimento di Virginia Woolf, che esortava le aspiranti scrittrici a ritagliarsi un proprio spazio autonomo e risorse finanziarie (“una stanza tutta per sé”), l’antologia poetica Poete oltre le stanze, curata da Elisa Malvoni raccoglie voci che, pur avendo costruito quegli spazi di autonomia, avvertono oggi che la “stanza non basta più”. È sorto il bisogno di varcare la soglia, di accogliere “altre voci, altre vite” e di accostare i propri testi a quelli di altre autrici, in una catena che si convoca reciprocamente per darsi “testimonianza e ascolto”.

L’intento critico della raccolta è chiaro: nessuna delle autrici ambisce a rappresentare la propria generazione, né genericamente “il genere femminile” o la categoria delle “donne poete(sse)”. Le poetiche offerte sono semplicemente “le loro,” esperienze distanti sia dal linguaggio dell’appartenenza forzata che dalla “testimonianza obbligata”. Ciò che cementa queste voci disparate, che scrivono di tempi e storie differenti, è un “gesto comune”: l’assunzione della parola come autorappresentazione consapevole.

La poesia diviene lo strumento primario per ridefinirsi e per interrogare continuamente la propria identità. L’autrice Alina Nicoara sintetizza questa missione: Non sono questo smalto rosso / o l’abito che ora indosso. / Io sono le mie parole, / i silenzi e ogni errore. Il tema dell’autorappresentazione è onnipresente: le poete si mettono in discussione, si accettano o desiderano cambiarsi, ripercorrendo sé stesse nei contesti più vari: dalla ricerca spirituale e l’amicizia, al lavoro e al quotidiano, alla maternità (o alla sua assenza), fino alla cura e alla ribellione. L’identità che emerge non è un monologo chiuso, ma un “laboratorio aperto” che cerca di “abitare il cambiamento, tradurre l’incertezza in linguaggio”.

Un elemento di grande impatto in Poete oltre le stanze è il dialogo costante con altre figure femminili, siano esse storiche, bibliche, letterarie o mitologiche. Questa riscrittura non è imitativa, ma un modo per farsi “eredi e testimoni” e accettare la continuità come un “gesto di crescita”.

Troviamo Anna Lombardo in dialogo con Emily Dickinson, rileggendo il suo “sbattere e richiudere le finestre”, o Adalgisa Zanotto che evoca Maria Maddalena, la “cercante” ostinata che non permette alla pietra del sepolcro di chiudere la vita per sempre, fungendo da “archetipo di fede e ostinazione”. Anna Bani si rivolge a Sylvia Plath in “Nella coppia,” smontando il mito domestico per restituirne una “verità aspra e quotidiana”. Altre figure come Lilith, Eva e Didone compaiono come presenze riscritte per omaggiarle come donne della contemporaneità.

Particolarmente toccante è la misurazione con le “donne che hanno preceduto”: madri, nonne, zie, spesso silenziose o sconfitte, custodi della memoria. La madre è vista ora come un modello, ora come un “nodo da sciogliere,” un’interlocutrice mai pacificata. In questo senso, l’antologia si rivela un “atto di riconoscimento genealogico” che restituisce voce alle antenate che hanno reso possibile la scrittura odierna.

Nonostante la poesia sia spesso associata all’isolamento, questa raccolta dimostra l’opposto: la parola poetica ha la capacità di “tenere insieme”. Il libro è diventato un luogo di incontro e alleanza per molte autrici che non si conoscevano prima.

Il femminile che si definisce è “plurale, concreto, terreno e spirituale insieme”, e rifiuta l’archetipo per trovare nella poesia la possibilità di descriversi senza compiacimento. Come esprime Betty Gilmore nel suo canto collettivo, The time will come again / when the danger has passed / and we will celebrate.

La curatela di Malvoni spinge il concetto di autonomia di Woolf a una nuova dimensione: se la “stanza” rappresentava lo spazio privato necessario per scrivere, oggi ciò che serve è “una casa di voci, una soglia comune”. Questa antologia è, in definitiva, la mappa di questa nuova dimora collettiva, con “più stanze comunicanti”, dove l’autorappresentazione dell’io poetico si realizza pienamente solo in presenza dell’altra.


Prefazione – Dopo cent’anni di stanze tutte per noi di Elisa Malvoni

Virginia Woolf suggeriva alle aspiranti scrittrici di ricavarsi uno spazio appartato e di avere delle risorse proprie per poter scrivere liberamente. Cento anni dopo, a partire da quegli stessi spazi di autonomia che sono andate costruendosi per poter scrivere e riconoscersi come autrici, le poete avvertono che quella stanza non basta più. È necessario varcarne la soglia, lasciar entrare altre voci, altri vite, e proporre le proprie. Un modo per farlo è accostare i propri testi a quelli di altre due poete, una che precede, una che segue, fino ad inanellare un’antologia di donne che si convocano l’un l’altra per darsi reciprocamente testimonianza e ascolto.

Ciascuna delle autrici qui raccolte non intende rappresentare la propria generazione, né “le donne poete(sse)”, né il genere femminile. Propongono poetiche ed esperienze che sono semplicemente “le loro”, lontane tanto dal linguaggio dell’appartenenza quanto da quello della testimonianza obbligata. Ognuna scrive di un tempo e di una storia differenti. Ciò che le unisce non è la biografia, bensì un gesto comune: quello di assumere la parola come autorappresentazione consapevole. Non sono questo smalto rosso / o l’abito che ora indosso. / Io sono le mie parole, / i silenzi e ogni errore, dichiara Alina Nicoara. In quell’affermazione si riconosce l’intento di tutte: la poesia come strumento per ridefinirsi, per cercarsi e per non smettere di interrogare chi si è diventate.

L’autorappresentazione è il tema più ricorrente. Le poete si mettono in discussione: si definiscono, si ri-definiscono, si fanno ri-definire dagli eventi della vita, desiderano alle volte cambiarsi, alle volte accettarsi. Le autrici rivedono e raccontano sé stesse nei gesti del quotidiano, nella maternità e nella sua assenza, nella ricerca spirituale, nell’amicizia, nel lavoro, nella memoria, nella cura e nella ribellione. L’io che emerge non è un monologo chiuso, ma un laboratorio aperto. Autorappresentarsi, nelle pagine che seguono, non significa fissare un’identità, ma abitare il cambiamento, tradurre l’incertezza in linguaggio.

Molte di queste autrici si riscrivono di poesia in poesia, oscillano tra solitudine e relazione, tra il bisogno di tacere e quello di nominare. In questa continua ridefinizione, si rispecchiano in altre figure femminili storiche, letterarie, bibliche, mitologiche.

Adalgisa Zanotto evoca Maria Maddalena, la “cercante” che non permette alla pietra del sepolcro di chiudere la vita per sempre: una donna che resiste e veglia, archetipo di fede e ostinazione. Anna Lombardo dialoga con Emily Dickinson, con la sua stanza piena di finestre che si aprono e si chiudono sulla luce del mondo: Vedi Emily, quello sbattere / e richiudere le finestre, il gesto di chi continua a vedere anche nel buio. Altrove compaiono Lilith, Eva, Didone, Penelope, altre figure del Vangelo, le madri, le figlie, le poete che ci hanno precedute. Sono presenze amate e riscritte per omaggiarle e farle rivivere come donne della contemporaneità.

Autorappresentarsi, in questo contesto, significa anche farsi eredi e testimoni, accettare la continuità come un gesto di crescita, mai imitativo. Molte delle poesie di questa antologia portano in sé la presenza discreta o dolorosa delle “donne che hanno preceduto”: le madri, le nonne, le zie, le maestre, donne spesso silenziose, talvolta sconfitte, altre volte fortissime nella loro invisibilità. Sono le custodi del tempo, della memoria, delle parole non dette. Anna Bani scrive: Eri un tulipano triste / incapace di acclimatarsi / ad ogni terra [...] Ora / questa tua scontentezza / un po’ mi manca, un rimpianto come forma di riconciliazione. E in Gabriela Fantato la madre diventa origine e soglia: il bianco che ancora / prende la testa è la traccia di una continuità che resiste alla morte.

Molte autrici dialogano con la figura materna come con un enigma, un’interlocutrice mai del tutto pacificata perché a volte è un modello, altre un nodo da sciogliere. Non è solo colei che ha generato, ma colei che ha trasmesso un linguaggio per cucire famiglie e generazioni, o che ha saputo farne a meno, rendendo il silenzio un’abitudine.

Accanto alle madri reali ci sono le madri simboliche: scrittrici, artiste, sante, rivoluzionarie. Donne che hanno aperto sentieri: Antigone, Saffo, Maria di Nazareth, Teresa d’Avila, Virginia Woolf, Amelia Rosselli, Alda Merini, Cristina Campo. Le poete contemporanee qui raccolte non le imitano, ma le interrogano: si misurano con la loro eredità, con le parole che le hanno precedute, e le ferite che non si sono mai rimarginate. In questo senso, l’antologia è anche un atto di riconoscimento genealogico che restituisce la voce alle madri e alle antenate, alle donne che hanno permesso di scrivere oggi, di respirare, di non tacere più.

Allo stesso tempo, si affaccia il desiderio di parlare a chi viene dopo. Si guarda ai figli e alle figlie, nati o soltanto pensati. La maternità non è un obbligo, ma un dialogo: talvolta una nostalgia, talvolta un conflitto, spesso una promessa di continuità. In alcuni testi, i figli e le figlie sono testimoni o interlocutori silenziosi. Appaiono come immagini di un futuro incerto ma possibile, portatori di un linguaggio nuovo, ancora da inventare. Infine, la poesia diventa una maternità estesa, che include anche le relazioni di insegnamento, di sorellanza, di amicizia, di guida.

C’è in tutto questo un movimento di riconoscimento di sé e reciproco, che cerca la presenza dell’altra. Betty Gilmore lo traduce in canto collettivo: The time will come again / when the danger has passed / and we will celebrate.

Il femminile che qui si disegna è dunque plurale, concreto, terreno e spirituale insieme. È un femminile che rifiuta l’etichetta e l’archetipo, che attraversa le età e le esperienze, e trova nella poesia la possibilità di descriversi senza compiacere.

Molte di queste autrici non si conoscevano prima di condividere i propri testi nell’antologia. Il libro è diventato luogo di un incontro, un’alleanza fatta di scambi, ascolti, letture reciproche. Mentre la poesia sembra destinata alla solitudine, questa raccolta testimonia il contrario: che la parola poetica può ancora tenere insieme non per creare un’identità collettiva, ma per offrire uno spazio aperto, una casa con più stanze comunicanti.

Dopo Woolf, la stanza non basta: serve una casa di voci, una soglia comune.


Poete oltre le stanze, a cura di Elisa Malvoni. ChiareVoci Edizioni. pag. 154 – euro 14.00

Il libro è acquistabile tramite il catalogo di ChiareVoci Edizioni e sulla piattaforma Amazon

Curatrice: Elisa Malvoni

Autrici: Adalgisa Zanotto – Alice Serrao – Alina Nicoara – Anna Bani – Anna Lombardo – Anna Ruotolo – Annunciata Colombo – Antje Stehn – Betty Gilmore – Catia Simone – Fabiola Meroni – Federica Re – Francesca Maria Federici – Gabriela Fantato – Giusi Busceti – Lucianna Argentino – Maddalena Grigoletto – Manuela Zappa – Maria Piacente – Pamela Ruggieri – Paola Caronni – Silvia Giacomini – Tamara Vitan – Valeria Raimondi

 

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Commenti

  1. conosco e apprezzo parecchie di queste poete, un applauso a loro e ad Elisa per l'ottimo lavoro

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