Nell'attuale asfittico panorama culturale – otto domande sulla letteratura a Federico Preziosi

 
Federico Preziosi, poeta atripaldese autore di "L'uomo qui assente",


Federico Preziosi risponde a otto domande su scrittura, poesia, intelligenza artificiale e il ruolo del poeta nella società contemporanea.

Nell’attuale asfittico panorama culturale, in cui tutti scrivono libri e nessuno li legge, che ruolo ha lo scrittore? Quale scrittura ci può aiutare a uscire da tutta la sofferenza di questa stretta epocale?

Lo scrittore rappresenta, principalmente, un modo di essere nell’esercizio della scrittura, così come un musicista è tale dispiegando il proprio linguaggio attraverso il suono e un artista visuale si rivela tramite le immagini. È un’esigenza di espressione del sé puramente umana: da sempre l’uomo avverte l’esigenza di lasciare una traccia oppure di dare forma alla realtà, personale e/o collettiva, attraverso l’arte. La scrittura, a mio avviso, si muove in un solco di ricerca, che non comprende necessariamente la sperimentazione in senso avanguardista, e individua nella testimonianza di un percorso la propria peculiarità. All’interno di questo cammino conoscitivo e speculativo, è possibile incontrare l’interesse o persino il favore di un pubblico di lettori, a seconda di una serie di fattori di varia natura: ambientali, economici, modaioli ecc. Pertanto non esiste una scrittura che possa condurci al di fuori della stretta epocale, non penso ci sia, o almeno io non saprei indicarla, una formula capace di scardinare fattori afferenti alla sfera del costume e della sociologia. Sarà il superamento di questo tempo a stabilire ciò che è stato epocale, perché da sempre molti grandi scrittori non vengono intercettati dai propri contemporanei. Uno scrittore non è determinante in base al numero di lettori o acquirenti, anche perché oggigiorno l’interesse è spesso determinato da scelte editoriali, dalla capacità di arrivare a un pubblico attraverso del buon marketing e altri meccanismi promozionali. Sono convinto che lo scrittore si afferma ponendo delle questioni intercettate da una serie di mediatori (critici o lettori forti), ma non può farlo fuori dagli strumenti della scrittura che determinano lo stile, perché da sempre l’arte non può fare a meno di un’estetica, e questo spiega perché tanti grandi temi, come l’amore o la morte, ritornano e attraversano i secoli. In sostanza lo scrittore muove il pensiero attraverso un fare che può generare conseguenze anche a distanza di decenni, persino secoli.


L’IA soppianterà la figura dello scrittore?


Dipenderà tutto dalla consapevolezza, ma è plausibile pensare che numerosi scrittori faranno i conti con l’IA, anzi ormai pare che le stesse intelligenze artificiali tendano ad addestrarsi su testi non contaminati dall’IA stessa. Pertanto la risposta è no, lo scrittore inteso come essere umano scrivente e capace di generare opere originali non verrà soppiantato. Tuttavia non va sottovalutata la qualità dell’interazione tra autore e IA che potrebbe dare vita a nuove trame, forme o possibilità. Esistono molti modi per utilizzarla, ma l’uomo non dovrà perdere il proprio lato critico, semmai svilupparlo. Il vero nemico è sempre lo sfruttamento commerciale, ossia opere create a tavolino per intrattenere, senza fini artistici. Se questo è il fine di una scrittura, nel senso dell’arte, l’IA costituisce indubbiamente un vantaggio e un risparmio per l’industria editoriale. Eppure se l’input viene dato da un prompt, ossia da una serie di informazioni o istruzioni iniziali, la qualità potrà essere assicurata solo attraverso la consapevolezza, che continuerà a restare valore umano, utile per qualsiasi relazione. Non si tratta solo di avere la facoltà di far partire un processo di elaborazione, ma di giudicarne i risultati. Sono convinto che il futuro è nella scrittura e in chi avrà il desiderio di praticarla sul serio: solo chi possederà elevate capacità linguistiche, logiche e di pensiero riuscirà a non essere soppiantato dall’IA. Questo almeno fino a quando una macchina non sarà capace di elaborare un pensiero proprio, a quel punto si aprono scenari che possiamo intuire leggendo Isaac Asimov. Forse.


Perché oggi vanno così di moda il genere noir e le varie narrazioni distopiche? Se sono lo specchio dei tempi che stiamo vivendo come possiamo “rivoltare” questa tendenza con nuove visioni?


Non mi curo molto di ciò che va di moda, ma penso che il noir e le narrazioni distopiche abbiano la capacità di rappresentare l’altra faccia del mondo, il lato più oscuro dell’essere umano, e prefigurare eventuali conseguenze che la nostra società potrebbe essere chiamata ad affrontare. Prendiamo un grande classico come 1984 di George Orwell, è innegabile che abbia dato un imprinting al nostro modo di intendere il controllo delle collettività e della mente dell’individuo. E se nelle narrazioni includiamo anche le serie televisive, opere come Black Mirror ci hanno avvertito, per esempio, sui pericoli della tecnologia. In generale penso che l’uomo si senta spaventato da se stesso e dagli sviluppi dell’ambiente in cui vive e ha bisogno di darsi delle risposte. Non saprei dire se è utile rivoltare queste tendenze, sono un sostenitore del perturbante, credo in una letteratura capace di mettere in guardia, ma forse il tutto andrebbe accompagnato con una scrittura in grado di creare mondi nuovi, utopie, personaggi caratterizzanti in cui riconoscersi o da cui lasciarsi affascinare. Il dolore, la negatività, le conseguenze, sono tutti aspetti utili da sondare, ma è necessario esplorare anche ciò che al mondo di oggi sembra impossibile. Ci sono inoltre dei fattori dell’attualità che rendono le trame distopiche attuali: l’IA adesso è capace di creare dei virus per uccidere dei batteri, un risultato positivo, certamente, ma sarà un giorno in grado di creare patologie capaci far fuori il genere umano? Inoltre credo che quanto stia accadendo oltre oceano con Trump sia già altamente distopico, lo è nella pratica, nelle dichiarazioni, nell’agire politico, persino in quelle sfumature tragicomiche che da sempre accompagnano il potere. Ormai l’aggettivo kafkiano rischia di diventare obsoleto.

Cosa significa per te scrivere o leggere poesia? Ha ancora un senso oggi? 

Il mio maestro Armando Saveriano sosteneva che la poesia è svuotamento. Fino a quando è rimasto in vita, non ho mai osato domandargli che cosa intendesse dire esprimendo questo concetto, ho sempre preferito interpretarlo. Dal mio canto, la poesia è un impeto che circola nel corpo del poeta e non lo molla fino a quando non si materializza in scrittura. La poesia è la fertilità della visione, un amplesso tra immagini e suoni, sa essere diretta o criptica, dal tono aulico o semplice: non si sa mai dove conduce, la sua scrittura o lettura può “perseguitare” per anni, ma è prodiga di contenuti e sensi che ritornano e si rinnovano, che parlano e svelano le sfumature più peculiari dell’umano. Ed è per questo che la forma più alta di letteratura ed espressione popolare è la poesia, in essa vi troviamo il gesto e lo spirito antico che il futuro non riesce a scalfire. La poesia va letta perché è un bene durevole e, al tempo stesso, mutevole. I poeti sono delle creature strane, a volte amano apparire, altre sono estremamente appartate e trascurate, ma sono esseri non allineati alle normalizzazioni del mondo e per questo vanno osservati. Negli ultimi tempi mi sono ritrovato a rileggere L’uomo qui presente di Piera Oppezzo, anche perché la sua lettura ha ispirato il titolo di una delle mie opere, L’uomo qui assente. Pensare che quella, allora, giovane donna potesse materializzare delle piccole riflessioni in versi sul mondo moderno, quasi a volerne fare un breve manuale è sconvolgente. In quelle righe scorgo molti atteggiamenti umani che protratti fino a oggi hanno caratterizzato l’agire comune. È una sensazione incredibile sentire sulla propria pelle quanto sia lunga l’onda del pensiero e delle parole.


Chi è per te il poeta nelle nostre società ipertecniche e digitali?


Quello che è sempre stato, uomo o donna del proprio tempo che con gli strumenti della lingua e del presente è capace di elevare il senso, nell’accezione della capacità percettiva, dell’umano anche tramite l’espressione del degrado morale. Tuttavia, a differenza delle altre epoche, il poeta oggi è per lo più invisibile, poiché sovrastato dalla quantità spropositata di manufatti poetici in circolazione. È un consumatore delle proprie opere che il più delle volte paga affinché vengano piazzate sul mercato: la possibilità di raggiungere la gloria in vita è pari alla vincita del Superenalotto, ma ciò che in superficie appare come il trionfo della vanità cela altri risvolti. Se investire nella propria opera dà diritto di partecipazione a una lotteria futura, le frequenti critiche di egocentrismo rivolte agli autori sono spesso ingenerose: personalmente non vedo molte differenze tra l’investire nei propri scritti e l’acquisto di una lapide, che altro non è un piccolo monumento personale, un meccanismo figlio della nostra cultura mortuaria. Il poeta resterà tra quelle pagine,  così come al cimitero la sua lapide e attende che qualcuno passi per una preghiera o un fiore.


Perché la poesia è poco letta? Esiste da sempre, la si tramanda nelle scuole di ogni ordine e grado, ma è quasi sempre snobbata. Cosa dovrebbe essere o diventare la poesia per fare presa su un giovane, e più in generale sulla gente?


Per quanto mi riguarda, ho cominciato ad amare la poesia fuori dalla scuola, e penso che l’ambito scolastico abbia avuto davvero un impatto irrilevante per la mia formazione. Vivo di lacune, più leggo e più sento di avere, carenze che mi affliggono ovunque, come una malattia impossibile da debellare. Malgrado la mia esperienza negativa, credo che la poesia debba continuare a stare nelle scuole, che i docenti debbano aggiornarsi sugli autori e incoraggiare i ragazzi a leggere i versi ad alta voce. La scuola, purtroppo, ha la smania di voler capire troppo, e la fruizione della poesia è il più delle volte una questione di comprensione e parafrasi, che naturalmente si basano sullo studio svolto da critici e accademici. Non intendo denigrare questo lavoro importantissimo fatto sui testi, una guida esperta può essere illuminante, ma ho l’impressione che i ragazzi, molto spesso, non entrino nei versi del poeta, piuttosto devono preoccuparsi di assimilare la visione che qualcuno ha preparato per loro, affinché possano impararla e fingere di capire. L’interpretazione è una parte della faccenda, ciò a cui bisogna educare è il sentire, perché l’arte è certamente anche una questione di tecnica, di stile, di voce, ma per godere di un’opera bisogna sapersi porre col proprio animo nudo dinanzi ad essa. Non c’è nulla di semplice in questo, la nostra nudità è orribile, ne siamo sempre turbati, e anche se da giovani ci sentiamo più spavaldi, il tempo è una bassa marea che rivela ciò che di noi stessi ci ripugna. Mi piace pensare che la poesia aiuti a denudare l’animo, a fare i conti con le proprie fragilità e i propri limiti, ma è tutto un gioco di luci e ombre. La scuola confonde la virtù col risultato, ha ripudiato la dimensione dell’ozio greco, il periodo scolastico non è più il momento in cui si ha il tempo per imparare discipline e arti che in futuro, con l’ingresso nel mondo del lavoro, diventeranno difficili da recuperare. La sua preoccupazione è immettere nel mercato personale competitivo, rispondendo a una domanda più economica che culturale. La poesia, al contrario, non segue criteri economici, dunque all’interno di questo schema sopravvive per un prestigio accumulato nei secoli, ma non per convinzione della società. Per fare presa su un giovane la poesia deve essere innanzitutto frequentata: manca la contemporaneità, la capacità da parte dei docenti di selezionare delle opere poetiche da sottoporre agli studenti. Si potrebbero leggere opere come La ragazza Carla di Elio Pagliarani, Lavorare Stanca di Cesare Pavese, Il seme del piangere di Giorgio Caproni, una raccolta di Antonia Pozzi oppure Le mie poesie non cambieranno il mondo di Patrizia Cavalli, giusto per citare alcuni esempi e non passare solo dagli Ungaretti o dai Montale. Anche tra i viventi ci sono delle ottime opere, mi vengono in mente Campi di ostinato amore di Umberto Piersanti o Brown Sugar di Antonio Veneziani. Come mai le opere poetiche non vengono mai incluse in una lista di letture estive? Se ne ricaverebbe una quantità infinita di tematiche, di sfumature, di rivelazioni. Ci vuole coraggio e disponibilità da parte dei docenti (e magari anche qualche invito ministeriale non guasterebbe) a trattare le opere uscendo dalla comfort zone delle parafrasi preconfezionate, insegnare a un ragazzo che le poesie possono essere come i testi delle canzoni, che a distanza di anni nel rileggerle arrivano sensazioni e significati nuovi, che l’arte non è una nozione, ma un viaggio, una scoperta. 


Perché i poeti non hanno il giusto riconoscimento e sono visti come perditempo, sognatori, figure inutili, disadattati… E’ solo una questione di mercato o è anche un fatto culturale?


Credo che in Italia sia vissuta con fastidio qualsiasi attività che non procuri denaro, praticare un’arte è considerata una forma parassitaria di esistenza al cospetto del mondo produttivo, che non perdona alcuna improduttività. Non fa sconti ai poveri, che quanto meno possono denunciare una qualche forma di sventura, ancora peggio gli artisti che magari si definiscono tali solo perché hanno i soldi per poter mantenere a proprie spese uno status riconosciuto di malavoglia. L’arte piace solo se in qualche modo diventa una tendenza, senza considerare che dietro ogni opera c’è un lavoro immane, che spesso comporta sacrifici non solo economici, ma anche in termini di tempo e di affetti. E tra tutte le arti la poesia è naturalmente la più bistrattata, perché un artista visivo, un musicista o un cineasta ha ben altre possibilità di affermarsi, mentre la parola, specie quella non monetizzabile rappresenta una sfida aperta contro lo status quo a tutti i livelli. Complice di questa mentalità è l’immagine elitaria che si trasmette del poeta, una figura tronfia di buoni sentimenti, che vaga per salottini ed eventi, magari moralizzando le vicende umane dall’alto della propria statura nullafacente. Il poeta è un accattone della sensibilità e pertanto, soprattutto di questi tempi, mal tollerato. Quanto detto rappresenta naturalmente una visione stereotipata, alimentata dalla totale non conoscenza della vita dei poeti contemporanei che sono, oggi come in passato, insegnanti, giornalisti, attivisti, casalinghe, soldati, impiegati, manager, proletari o persone con qualche rotella fuori posto. La soglia di tolleranza, tuttavia, cambia con il successo che, pur sottraendo un’attività artistica dalla condizione parassitaria, il più delle volte viene gestito in malo modo non solo dagli autori, ma soprattutto dai loro ammiratori. Tra autore e pubblico c’è un rapporto economico e il cliente avverte spesso il bisogno di vomitare sul creato tutta la propria soddisfazione per un prodotto che ha un grande merito, se accettato da una grande comunità di lettori: dare l’impressione di elevarne la caratura intellettuale. È un mercato ristretto perché in Italia si legge poco in generale e, inoltre, le persone sono più interessate ai soldi, del resto il denaro è potere.


Che impatto avrà l’IA sulla scrittura poetica? La poesia resterà “umana”?

Personalmente non vedo grandi motivi per utilizzarla, se non per le ragioni già citate in precedenza. Quando sarà uno strumento preciso potrebbe forse aiutarci a fare i conti con la nostra originalità, ma dubito che scrivere direttamente con l’IA avrà un impatto di qualche genere. Le opere si distinguono per la capacità di produrre pensiero e visione, l’IA sarà abbastanza umana da riuscirci?



Federico Preziosi è nato ad Atripalda (Av) nel 1984 e vive a Budapest, in Ungheria, dove lavora in una multinazionale. Insieme ad Armando Saveriano è fondatore della comunità Versipelle. Ha pubblicato le raccolte poetiche Variazione Madre, Messa a dimora e, nel 2025, L'uomo qui assente, pubblicata da Delta 3 Edizioni nella collana Plenilunio, diretta da Emanuela Sica, con la prefazione di Giuseppe Cerbino.



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ChiareVoci Edizioni promuove la diffusione della poesia contemporanea attraverso pubblicazioni, incontri culturali e il progetto editoriale consultabile nel sito della casa editrice."

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