Francesco Guccini: malinconia e (poca) religione di padre Gianni Criveller

 

Francesco Guccini, cantautore, e padre Gianni Criveller, direttore del Centro PIME di Milano


Articolo pubblicato su L'Osservatore Romano nel 2022, qui riproposto con lievi aggiornamenti dall'autore padre Gianni Criveller, direttore del PIME di Milano: malinconia, pensiero della morte e i rari riferimenti a Dio nelle canzoni di Francesco Guccini.

Anch'io vorrei dire qualcosa, come fanno molti, su Francesco. Lo faccio riprendendo l'articolo che quattro anni fa fu pubblicato su L'Osservatore Romano. Avevo scritto della malinconia, del tema della morte e dei (pochi) riferimenti a Dio nei suoi testi. Lo ripropongo qui: mi sembra particolarmente attuale oggi. Il testo è un po' lungo, ma spero che chi è cresciuto a 'pane e Guccini' lo apprezzi.

Francesco Guccini, 82 anni il 14 giugno 2022, è invecchiato egregiamente: parla e scrive di sé con semplicità, senza esibizionismo e direi, quasi con umiltà (Non so che viso avesse. Quasi un'autobiografia, in collaborazione con Alberto Bertoni, 2020). Racconta la sua terra e le cose della vita, quelle più riconoscibili. Canta la sua vicenda interiore e come essa sia stata trasformata dall'incontro con gli altri. L'ascolto e mi sento rappresentato: i temi della malinconia e il pensiero della morte; gli amici con cui si condivide il cibo e il vino; la ritrosia nel parlare di Dio.

La malinconia pervade gran parte delle canzoni di Guccini. Ha a che fare con la pungente consapevolezza dell'ineluttabile scorrere del tempo. Farewell, una delle canzoni di addio alle donne amate, è un perfetto quadro di malinconia allo stato puro. “Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo/ Siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa”. È l'impermanenza di ogni cosa: “Lo sai che non siamo più nulla?/Non siamo una strada né malinconia” (Quello che non).

In La canzone della bambina portoghese (1972) Guccini descrive il male di vivere. Il “vizio che ci ucciderà/non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro/cioè vivere”.

Nella straniante Autogrill (1983), dall'atmosfera cinematografica, ambientata nel postmoderno non-luogo dell'autogrill accade (o non accade?) l'inizio di un sentimento. Sono solo sguardi con la cassiera, sensazioni di pochi istanti, un'immaginazione che svanisce quando l'incanto viene accidentalmente interrotto: “Ma nel gioco avrei dovuto dirle/non la vedi, non la tocchi/oggi la malinconia?”.

La malinconia è il 'morbo dell'animo' che Aristotele e gli umanisti fiorentini non associano alla depressione ma al sentimento di genialità. È la malinconia immaginativa, quella degli artisti, che guarda oltre e crea. I malinconici vivono nel confine tra la realtà e il mondo immaginato. E malinconici sono dunque, lo so bene, oltre che gli artisti come Guccini, sono anche i missionari, i marinai e i migranti.

Il pensiero della finitudine della vita e dell'ineluttabilità della morte è presente fin dalle prime canzoni del 1967: La canzone del bambino nel vento (Auschwitz); Dio è morto, In morte di S.F.: è impressionante che, giovanissimo, Guccini abbia scritto della morte in modo così coinvolgente: con struggimento ma non senza, nonostante tutto, una luce di fiducia.

In Auschwitz dichiara che un giorno l'uomo imparerà “a vivere senza ammazzare e il vento si poserà”. In Dio è morto si ricorda che “se dio muore è per tre giorni e poi risorge/nel mondo che faremo dio è risorto...”.

In morte di S.F., cantata in tutti i campi-scuola d'Italia, fu scritta in ricordo dell'amica Silvana Fontana, vittima di un incidente stradale: “Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi”.

La morte compare nella malinconica Incontro e nella tristissima Canzone quasi d'amore. In Stanze di vita quotidiana, Guccini si fa ancora più malinconicamente consapevole che la giovinezza passa e la morte è misura per contare i giorni. I cantanti non parlano di queste cose: Guccini, cantautore impolitico, sì.

La morte ritorna, drammaticamente, in Venezia. Scritta da Gianpiero Alloisio, è una delle poche canzoni che Guccini ha fatto sua. Venezia muore, come Stefania muore di parto. Il respiro inciampa tra i denti, dando la vita ad un bambino. La canzone ha un doppio registro: la sorte di Venezia e della povera Stefania si rispecchiano come nel conflitto tra vita e morte. Eppure la morte non è l'esito definitivo. Insieme a -Novella 2000 e una rosa sul suo comodino- (un dettaglio commovente tanto è realisticamente quotidiano), Stefania lascia un bambino. Dal destino incerto, persino ambiguo, -come quello di Venezia- ma pur sempre un bambino.

Ne l'ultima Thule, il testamento del cantautore, egli parla della sua morte. È struggente ricordo del padre e della madre: il ciclo della vita si chiude. “Quando è stata quell'ultima volta/che hai sentito tua madre cantare/quando in casa leggendo il giornale/hai veduto tuo padre fumare/Quando il giorno dell'ultima volta/che vedrai il sole nell'albeggiare/e la pioggia ed il vento soffiare/ed il ritmo del tuo respirare/che pian piano si ferma e scompare”.

Come Leopardi, Guccini non sembra disponibile ad immaginare niente di diverso della morte come definitiva e fredda fine. “L'ultima Thule attende e dentro il fiordo/si spegnerà per sempre ogni passione/e si perderà in un'ultima canzone/di me e della mia nave anche il ricordo”.

Come mi sento rappresentato: il pensiero della morte mi accompagna giornalmente. C'è la speranza –come credente- che viene dalla fede, ma essa non rimuove l'inquietudine e la malinconia che impone l'incombere della morte.

Per fortuna Guccini ama la vita. Fatta di cose semplici, che si capiscono senza ragionamenti sofisticati, senza religioni o ideologie alienanti... È fatta di mangiare e bere.

Mangiare e bere non basta: è bello farlo con amici e nelle osterie. L'incontro di Guccini con il domenicano Michele Casali diede vita a Bologna, nel 1970, alla leggendaria “Osteria delle dame”, dove erano banditi i superalcolici e ammesso solo il vino. La canzone Gli amici è un inno all'amicizia fatta così, 'secondo Guccini'. Un'amicizia che coincide con la vita (ci torneremo).

Il Frate è chiamato così perché “dopo un bicchiere di vino, con frasi un po' ironiche e amare/parlava in tedesco e in latino, parlava di Dio e Schopenhauer.” Forse si tratta di un giovane uscito dal seminario “segno di una fede perduta, di una vocazione finita.” Un personaggio bizzarro, ce n'erano in anni in cui molti ragazzi intraprendevano la via del seminario per poi abbandonarlo. Francesco si sente rappresentato: la solitudine, i dubbi e il fallimento del frate raccontano la condizione di tutti. “Ma non ho ancora capito, fra risa per donne e per Dio/se fosse lui il disperato o il disperato son io”.

C'è poco Dio e c'è poca religione nelle canzoni di Guccini. Una di queste è Cirano (1997) una dura invettiva (scritta con Dati e Bigazzi), che colpisce la religione alienante e il materialismo senza speranza. “Facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un'altra vita/se c'è, come voi dite, un Dio nell'infinito, guardatevi nel cuore, l'avete già tradito/e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l'uomo è solo in questo abisso/le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”.

Gli amici è uno dei pochi testi in cui si parla di Dio e di aldilà: “Se e quando moriremo, ma la cosa è insicura/avremo un paradiso su misura/in tutto somigliante al solito locale/ma il bere non si paga e non fa male/e ci andremo di forza, senza pagare il fio/di coniugare troppo spesso in Dio”.

Il testo è scanzonato e irriverente: irriverenza benevola però. L'anticlericalismo non fa parte dei sentimenti di Guccini. Ma su Dio Guccini non ha certezze: anche l'ultima Thule è priva di esiti religiosi. E va bene così. Trovo sgradevole l'esibizione sia della propria fede che della propria non fede. Sappiamo così poco di Dio e dell'aldilà e non è fuori luogo essere sobri su queste questioni.

Tuttavia il legame di Guccini con il mondo ecclesiale è importante: molti preti e giovani cattolici sono cresciuti a 'Bibbia e Guccini'. Recentemente egli ha scritto un'amabile recensione di un luculliano pranzo (a proposito di cibo!) preparato da monache di clausura -descritte come simpaticissime- dopo la visita alla comunità di Romena.

Francesco Guccini confessa di aver cantato le canzoni politiche controvoglia perché gliele chiedevano e non ha saputo dire di no. Succede anche a noi di non saper dire di no. Gli sono grato di aver cantato volentieri cose della vita, donandoci pensosi momenti di felicità.

Padre Gianni Criveller è direttore del Centro PIME di Milano, teologo e sinologo. Per circa trent'anni ha vissuto tra il popolo cinese nelle quattro aree della "Grande Cina" (Taiwan, Macao, Hong Kong e Repubblica Popolare Cinese). È docente di Teologia a Hong Kong, a Monza e a Milano, e ricercatore presso l'Università Cinese di Hong Kong. È esperto della vicenda missionaria in Cina, in particolare di Matteo Ricci, delle strategie missionarie in Cina e della controversia dei Riti cinesi. Dal 2023 è direttore del Centro di animazione e cultura missionaria del PIME di Milano, che comprende anche la rivista Mondo e Missione, dopo aver ricoperto per sei anni il ruolo di preside dell'Istituto teologico missionario del PIME di Monza.


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Commenti

  1. grazie per questa testimonianza, Guccini andrebbe studiato nelle scuole, secondo me

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