Poeta? No, grazie: perché i poeti continuano a scrivere. Gli atti di un incontro
Nonostante la marginalità della poesia, perché si continua a scrivere e a pubblicare? E come la poesia “fora la cortina dell’opacità”?
Pubblichiamo le parole che hanno aperto la seconda edizione di “Poeta? No, grazie” (2024), tratte dal volume che ne raccoglie gli atti, edito da ChiareVoci Edizioni.
... "Poeta? No, grazie", con questo titolo palesemente provocatorio abbiamo posto all’attenzione il tema della marginalità della poesia nelle dinamiche sociali del nostro Paese. I poeti sono poco letti, poco ascoltati e nessuno affiderebbe a una giovane poetessa (come accadde nel 2021 alla Gorman) di celebrare con i propri versi l’inaugurazione di un mandato presidenziale.
Quest’anno ci interroghiamo sul perché, nonostante questa marginalità, i poeti continuino a scrivere e le case editrici, per lo più piccole, a pubblicare raccolte di poesie. Le ragioni sono ovviamente tante, tantissime e le più diverse. Ognuna e ognuno potrà oggi condividere le proprie ragioni, nella forma espressiva che sceglierà. Abbiamo confermato il format dello scorso anno: venticinque poeti e poetesse a confronto, lasciando la libertà a ciascuna e ciascuno di utilizzare come crede i propri dieci minuti e invitando tutti e tutte ad ascoltare chi interverrà. Nella frenetica società dei bit riteniamo, noi di Officine letterarie ChiareVoci, che ogni tanto si possa dedicare tempo e attenzione reciproca rafforzando le reti di relazioni tra chi allunga lo sguardo oltre l’ovvio e cerca sempre nuove strade ...
... “La grande nemica dell’uomo è l’opacità”. Così scriveva André Breton in Arcano 17. E soggiungeva: “Opacità che è al di fuori di lui ed è soprattutto in lui, coltivata dalle opinioni convenzionali e da ogni sorta di interdizioni sospette”. Perché l’opacità è il pericolo da evitare? Perché, quando tutto è opaco, niente si distingue. Il mondo diventa abitudinario, ripetitivo, monotono e l’anima ingrigia. Consuetudini e interdizioni ci limitano, ingabbiano, incattiviscono; le consuetudini percolano, con la loro patina grigia, sulle pareti di casa, sulle strade, sulle persone, fin dentro l’anima; le interdizioni (che Breton qualifica “sospette”) additano territori interni che ci vietiamo da soli, riducendo le nostre potenzialità di vita e comprimendo la nostra autenticità in schemi stereotipati. L’opacità è assuefazione; l’assuefazione, sempre in agguato, ci priva del desiderio, deprime il nostro eros. L’esistenza si riduce a vita biologica.
Ci si accontenta infatti di quello che si ha, di quello che si è, senza più guardare oltre, cioè trascendere e sperare, attendendo e progettando. La ripetizione indefinita non induce solo a gesti meccanici asettici: rende normale e accettabile anche l’orrore. Diventiamo persone di gomma, prive di curiosità e di slanci: non assorbiamo, non interagiamo, non diveniamo. Qui irrompe la poesia.
La poesia fora la cortina dell’opacità, apre lo sguardo, svela l’insolito, l’inatteso, il “proibito”. Ci fa vedere nitidamente con gli occhi dell’anima.
Vederci chiaro. Vederci. Cogliere un segno, un punto di fuga, una speranza. E non sia fuga il punto, ma riappropriazione. Di sé nel mondo. Di sé in relazione. Vedere distintamente, distinguere ciò che nutre e ciò che distrugge, ciò che affratella e ciò che divide, vita e morte che duellano tra loro come nella sequenza del Victimae paschali laudes. Quando si fora l’opacità filtra la luce e si allunga lo sguardo.
(dal discorso di benvenuto di Carlo Penati - Sulla soglia sta la poesia… Ovvero l’urgenza della parola, la verità infranta sullo specchio della bellezza, la cura inattesa)
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Il libro è acquistabile tramite il catalogo di ChiareVoci Edizioni facendone richiesta alla mail della casa editrice: chiarevociedizioni@gmail.com
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