Incubo e protesta, il nuovo libro di poesie di Daniele Zanghi, nelle parole di Carlo Penati

 
Copertina di "Incubo e protesta", il nuovo libro di poesie di Daniele Zanghi, ChiareVoci Edizioni


Un viaggio tra simulacri, disumanizzazione e desiderio di autenticità: alcuni passi dalla postfazione di Carlo Penati accompagnata da tre poesie scelte dalla raccolta.

I versi di Zanghi, letti tutti d'un fiato abbandonandosi al viaggio turbolento e affascinante che propone, mi hanno condotto istintivamente a rispecchiare in essi la mia esistenza, a riflettere sul mio modo di stare nel mondo, oggi, dove infuriano incubi di guerra e prepotenti correnti disumanizzanti e dove, a contrasto, si affannano voci e gesti apparentemente impotenti di lucida protesta. Del resto credo che sia questa la funzione fondamentale della buona poesia: lasciare che ognuno colga ciò che gli è proprio e si rispecchi in essa con-sentendo o di-vagando.

* * *

Essendo impossibile parlare dal lato dell'autore, posso solo proiettare in queste note ciò che la lettura, risuonando internamente, mi suggerisce; e quindi esordire dicendo che il poema di Zanghi – perché di poema si tratta e non di un semplice accostamento selezionato di poesie – immerge il lettore in un avventuroso viaggio esistenziale, antropologico, fino al fondo dell'animo umano nel suo inevitabile e intricato divenire in un presente così gravido di trasformazioni che tende a marginalizzare la nostra capacità, nella vita quotidiana, di agire sensatamente; anche se i venti feroci che ci spingono lontano dall'approdo, lontano dalla nostra Itaca immaginaria, e tutte le buone intenzioni sembrano sfigurarsi nel nulla, perché

il masso non rotola nemmeno più su una superficie

ma solo nel vuoto dell'assenza di direzioni.

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Già l'incipit del poema, con la poesia Il sosia, ci pone subito nel cuore di quella che a me pare la domanda di fondo dell'autore: chi siamo? Siamo ciò che percepiamo di noi, il nostro doppio, un avatar impotente o arrogante, una possibilità in continuo divenire? Erranza ardua tra lucore e intricata oscurità. Ciò che comprendiamo è che il contesto in cui viviamo “è tutto un simulacro”, chiarisce in apertura l'autore, poiché abitiamo una realtà artificiale che, attraverso la produzione incessante e multiforme di segni che vivono di vita propria senza rimandare a un significato originario, sostituisce la realtà stessa. Ancor più è il simulacro della realtà ad abitare in noi, rendendo spesso indistinguibile verità e finzione: consapevolezza datata, visto che ne parlava già Baudrillard negli anni Settanta, ma enormemente amplificata, accelerata e complicata, oggi, dalla trasformazione digitale e dalla pervasiva intrusione dell'intelligenza artificiale nella sfera quotidiana.

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La terza tappa è lo scuotimento dallo stato di inerme abbandono, dalla paralisi dello sguardo perso nel nulla, per accogliere se stessi nel poco che siamo, che è tutto ciò che possiamo essere, se riscopriamo, “come un bambino con la sabbia o la plastilina”, che è proprio dell'umano darsi da sé un'intenzione, una direzione per ricominciare a crescere e comprendere che essere serenamente interdipendenti, privi di Grandi Ragioni, è la maturità umana, prendendo distanze da chi disumanizza, vuole privare gli altri delle proprie prerogative di essere liberamente se stessi, e disfacendosi quindi

degli strafottuti come te che credono nel maschio il denaro la razza

e con cui non ha mai avuto senso parlare

perché schiavi complici un tempo

crumiri e fascisti ieri

consumatori anestetizzati oggi.

* * *

E infine la quarta tappa del viaggio ci sorprende e spaesa, portandoci nei selciati di Roma pieni di movimento, incontri, vocii, scambi in un linguaggio completamente diverso – il romanesco – che ci introduce, risolutivamente, nel vivere quotidiano, nel mettere in gioco ciò che si è e si ha, in una “normalità” delle piccole cose che ci spinge a gustare tutti i sapori della convivenza umana, ma che nel contempo ci pone di fronte alle insidie di un potere che tende a espropriarci lusingandoci e blandendoci con le pastoie del dominio computazionale o con la legge della forza che con moto progressivo o dirompente, sostituisce la forza del diritto e le regole comuni di buona convivenza.

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È lotta l'essere nel mondo, l'essere se stessi; agonismo esistenziale in un ambiente inospitale, una leopardiana natura matrigna portata alle estreme conseguenze, in cui si può sopravvivere

vomitando universi di ossa spolpate

di sangue tumorato di sogni paralizzati

intrisi di acida vendetta.

* * *

“Incubo e protesta” ci porta ad attraversare l'inferno per ritrovare un po' di luce, l'unica luce possibile, quella delle relazioni feconde, del sentirsi prossimi gli uni agli altri per il comune destino di esseri finiti, del prendersi cura ed essere curati, ritrovando un senso condiviso:

per noi che siamo fratelli amici amanti

compagni consociati umani

c'è il senso che da noi diamo

di noi e di ogni cosa.

* * *

Vivere è navigare

certo portati da grandi venti e correnti

ma sempre con la maestria propria

che rende buono il viaggio.

* * *

Ma l'autenticità, l'essere pienamente se stessi, non è un dono calato dal cielo, quanto piuttosto un cammino di liberazione (tema a cui sono dedicati diversi componimenti) che ci accompagna per tutto l'arco della nostra esistenza:

Ardi la vita,

consuma questo corpo di sofferenza,

ardi fino a sbriciolare le ossa,

fino a liberare l'anima fiammante.

Finché giungi “nel cuore di ciò che desideri, quel cuore che credevi nascosto tra le stelle e che altro non è che la voragine in turbine ascendente del desiderio.”

* * *

L'invito è a vivere ciò che si è perché ciò che si è è tutto ciò che possiamo essere se lo coltiviamo, perché comprendere che tutto è vano, che avremo un termine definitivo, è ciò che ci rende pienamente umani e capaci di amare. Il limite fonda il desiderio. È nel vuoto, nella mancanza, che nascono le intenzioni proficue, che ci spingono avanti in una fragile armonia con sé, gli altri, il mondo. Un'armonia che si scompone continuamente e continuamente cerchiamo di ricostituire.

* * *

Guarire dalla propria onnipotenza richiede ribellione che si traduce in un atto d'amore, perché nell'atto d'amore riconosciamo ad un tempo noi stessi e l'altro come inscindibili, come un unicum in due volti distinti. Impariamo che, per conoscere noi stessi, ci serve lo sguardo dell'altro, che per realizzarci dobbiamo accogliere la presenza e la necessaria reciproca dipendenza, o meglio interdipendenza, che ci lega e ci fa appartenere all'umanità.

* * *

Con lo sguardo vigile, tuttavia – ci ammonisce l'Autore – di chi sa che una vita piena e un avvenire migliore, vanno conquistati, nessuno li regala. Ecco il senso fecondo de “La protesta”, l'ultima sezione del poema:

Guarire comincia dalla protesta

dalla rivolta, è sbattere in terra

il maledetto mostro che ti assilla

per un atto d'amore.


 Sosia

Una storia che cominci con la morte del personaggio originale

e la presa in consegna da parte di un clone:

che sia chiaro che è tutto un simulacro –

non solo la storia 

ma anche la voce del narratore – 

col rischio che tale appaia anche lo scrittore.



Immagini e realtà


Immagini-travestimento

o immagini-cose?

Vestirsi al mattino

è un atto metaforico.

                                                                                                                                                                

Bifronte


L’umano non è più la mediazione

tra il dio e la bestia

sappiamo ormai solo essere

di un’astrazione cieca e meccanica

o un’impulsività sregolata e furiosa.

Potrebbe essere uno scontro sociale

tra classi potenti ma frigide

e classi oppresse ma vitali

ma non è così,

perché ci sono ricchi che per diletto

gonfiano di botte i barboni

e poveri docili e laboriosi come formichine.

Lo scontro è in ognuno di noi

se ancora si tratta di scontro

perché la bestia e il dio

convivono senza lottare

semplicemente avvicendandosi

a seconda di ciò che la situazione ci ispira.

A questo stesso fatto

non so come reagire

sento che vorrei prendere i responsabili a mazzate

oppure criticarli con acribia in tre tomi

insomma non so neanche più

se la mia volontà di cambiamento

e la mia volontà di conoscenza

siano mie oppure motivate

dall’ambiguo potere

che in me si riproduce.

Vivere e godere

pensare e meditare

sono cose non più tenute insieme

dalla mia personalità

articolata e articolante,

non ho più un solo cervello

per entrambi i miei volti

e infatti sento che quando una faccia

non è più appropriata

mi basta sostituirla con quella opposta,

non fosse mai che un po’ di pensiero

entrasse nella mia gioia demoniaca

e un po’ di sincero piacere

colorasse il mio dovere da automa.




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