Otoniel Guevara, "La pipa dell'albatros" – poesia salvadoregna tra denuncia civile e forza evocativa
La pipa dell'albatros di Otoniel Guevara perfora una realtà sottile e fragile, s'immerge profondamente nell'anima umana e sociale del suo tempo. Affonda le radici in un contesto intriso di lotte sociali e politiche, con una quotidianità segnata dalla violenza e dalla povertà. La sua scrittura si avvicina con un linguaggio feroce e senza compromessi al disincanto di un luogo in cui la speranza è spesso sepolta sotto il peso della violenza, la normalizzazione della stessa e dell'indifferenza, senza perdere le metafore di forza evocativa capaci di trascendere il dolore stesso. Il contesto del poeta non dovrebbe sorprenderci, se guardiamo al mondo e a come la brutalità delle forze del potere condizionano le vite degli individui, ed è da questa trincea che il poeta dichiara una profonda rabbia sociale e una disperazione lucida, senza abbandonarsi al cinismo. Ogni sua immagine, per quanto tagliente, conserva un fondo di umanità alla ricerca di significato e bellezza anche se temporanea. Guevara si tiene vicino a tutti gli avvenimenti che partono dai decenni di guerra civile che ha vissuto sulla propria pelle e parla delle cicatrici di un conflitto che ha coinvolto ogni strato della società salvadoregna. La tensione della voce del disagio, che non è solo personale ma collettiva, emerge dai suoi versi come sostanza vibrante e si traduce nella vera rivelazione della propria emarginazione. Ad ogni verso il poeta salvadoregno offre uno sguardo crudo ma poetico su temi universali, con un linguaggio che oscilla tra il sacro e il profano; Guevara esplora anche il conflitto interiore dell'uomo contemporaneo, diviso tra la ricerca della verità e l'accettazione di un sistema che spesso opprime. Le sue parole si fanno quindi specchio di una resistenza silenziosa, di un rifiuto di essere parte di quel "mercato nero dell'ingratitudine" che descrive con ironia e amarezza. Come per Ernesto Cardenal, la poesia non si piega accontentandosi di osservare passivamente, viene utilizzata come strumento di denuncia, con una dolcezza a volte viscerale e amara che scaturisce dalla furia di una terra che tutt'ora continua a vivere all'ombra dell'ingiustizia. Ma è impossibile dimenticare le paure, l'impegno civile, l'equilibrio tanto ambito e mai raggiunto, gli errori della storia e per questo è importante la Poesia, perché è la via aperta per manifestarsi nel modo più libero, per esplicitare la necessità di condividere il disincanto di un passato-presente inospitale e rendersi disponibile a nutrire il sogno di una vita. Nella traduzione di Giuseppe Carlo Airaghi si è cercato di restituire la potenza e la musicalità dei versi di Guevara, a partire dallo schema di poetica libera che privilegia il linguaggio diretto e intenso, conservando intatta l'emozione che traspare dai simbolismi e dalle figure retoriche, nel rispetto del senso della poesia.
La voce si erge chiaramente contro l'ingiustizia: la sua poesia, che nasce in El Salvador, diventa una bandiera universale.
(dalla prefazione di Rocío Bolaños)
Otoniel Guevara (Quezaltepeque, El Salvador, 06/10/1967) è un poeta e giornalista salvadoregno. È stato dichiarato Gran Maestro di poesia dal Ministero della Cultura di El Salvador e la sua opera letteraria è stata dichiarata patrimonio nazionale.
Ha studiato giornalismo all'Università di El Salvador. Ha fatto parte del Fronte di Liberazione Nazionale "Farabundo Martí" durante la guerra civile in El Salvador. Ha lavorato come creativo pubblicitario, giornalista e manager culturale. La sua opera poetica, che si compone di più di trenta titoli, è stata tradotta in numerose nazioni. È fondatore della "Our America Network of International Poetry Festivals" e del "World Poetry Movement" di Medellín (Colombia).
Non conosco la solitudine,
non in questa terra.
Quello che mi ha strappato la pelle,
le mie vertebre e la mia lingua,
sono le serrature,
la parola deserta, avvelenata,
senza sesso o mistero. La barriera corallina
dove la morte è un talamo imperfetto,
sfigurato e sporco.
Nell’esilio non berrò l'acqua
che dolcemente manca nella tua coppa.
Lascio i cereali nel solito angolo.
Mi porto via solo metà dei frutti,
due ocotes
e un terzo della mia fame.
Quando la solitudine ferirà la mia porta
avrò molte parole per il lungo cammino.
*
Non annoiateci con le Sacre Scritture, soprattutto me, che ho lavorato senza tregua per stringere amicizia con gli allucinati. Il sacro trova posto nel mio scheletro e nel suo ruggito di barca vagabonda. La mia Bibbia sono le erbe loquaci che si sono divorate le rotaie. Sono io il vero negoziatore della pace. Il dinamitardo di tutte le carceri. Tenetemi d'occhio.
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la poesia può, e deve, smuovere le coscienze, e questa è potente, perciò "pericolosa"
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