DOVE VA LA POESIA OGGI di Gianfranco Isetta
Una riflessione di Gianfranco Isetta sul rapporto tra poesia, linguaggio, realtà e comunicazione nel mondo contemporaneo, accompagnata dalla poesia Scavando nel fondale.
Come materia siamo una delle tante forme della natura, siamo qualcosa solo in relazione con gli altri essenti. E con la poesia c'è la possibilità di descrivere le cose attraverso la capacità delle parole, di metterle in luce in un istante, attraverso intuizioni improvvise come un salto quantico. Un istante della nostra esistenza che può essere contemporaneamente verità e bellezza. Perché, a fronte del destino necessario, che ci imprigiona per nostra volontà, la bellezza è ciò che la poesia ci può regalare, al di fuori di ogni ricerca di senso, che non ha senso alcuno per ogni essente che è sé.
La poesia può allora diventare ricerca di una via d’uscita dalla stessa filosofia, anche attraverso l’inconscio che ci guida, disarticolando le visioni convenzionali del mondo. Nello stesso tempo, attingendo dal pensiero contemporaneo e passato, patrimonio eterno, un pensare vagante che percorre il tempo e gli essenti.
Qui torna il concetto di RELAZIONE con gli altri esseri intesi in senso lato, comprendendo cioè le cose, gli altri esseri viventi e inanimati, trasferendo ad essi la dignità e la libertà di esistere, in quanto pensati e in relazione tra di loro e con noi stessi. Perché tutte le cose sono un unico, dalle pietre agli alberi, ai respiri, al manifestarsi dei sensi, e accoglierle in questa luce consente di vedere la realtà con altri occhi.
Inoltre c’è la possibilità di dare al lettore di poesia la possibilità di riviverla. In sostanza il poeta deve definire le cose di cui abbiamo bisogno, dai luoghi di natura alla stessa terra, mostrandone la bellezza: dal corpo umano alle emozioni, alle pietre, ai fiumi, ai comportamenti infantili e adulti, recuperando la visione della realtà, anche oltre quella che ci appare, attraverso i nostri limitati sensi e la nostra ridotta capacità di ricostruzione a livello cerebrale.
Liberare la realtà da questa visione che la imprigiona e forse la distrugge; quindi, ben al di là dell’immaginare, la poesia diventa lo spazio della ragione, fuori da ogni tendenza al narcisismo e pienamente figlia di una parola decisiva e importante. Non c’è bisogno di proporre un messaggio o una verità che si possa decifrare, spiegare, quindi un impegno che possa comportare per chi legge la possibilità di essere sé stesso.
C’è poi il problema dei media in cui la poesia è presente, come sappiamo, anche in misura o dismisura, e non solo attraverso i versi ma anche, ad esempio, nella canzone o nei film, dove si lavora sempre con la parola oltre che con le immagini e i suoni.
In questo contesto la poesia scritta è la meno frequentata, forse anche perché chi la fa spesso non sa più percepire le esperienze e anche le intuizioni della lingua popolare, quindi non sa essere leggibile a molti lettori, e anche costringendosi a un rapporto non sempre profondo con sé stesso.
Forse c’è una frattura tra una lingua un po’ da intellettuali e il linguaggio popolare. Il dramma è che la poesia stessa dovrebbe essere un linguaggio di comunicazione che deve saper vedere oltre il guardare, in una situazione non di gara ma di possibilità di potersi esprimere in versi.
La scuola dovrebbe educare alla ricchezza del linguaggio, puntando a elaborare una lingua comune a fronte di questa mancanza che ostacola l’azione della poesia, nel suo rapporto col mondo e gli altri esseri.
Il nostro corpo è fatto di particelle. Oggi sappiamo che ciò che chiamiamo "particelle" — elettroni, quark, fotoni — non sono oggetti nel senso tradizionale. Sono eccitazioni locali di campi fondamentali che permeano l'intero universo.
Il campo elettrone, il campo quark, il campo elettromagnetico: entità astratte, invisibili, onnipresenti. Quando un campo vibra in un certo modo, noi osserviamo una particella.
Come la superficie dell'oceano. Le onde non sono "cose" indipendenti: sono eventi temporanei, forme che emergono e scompaiono, pur essendo realissime. Nessuno direbbe che un'onda è fatta di una sostanza diversa dall'acqua del mare. Allo stesso modo, un elettrone non è qualcosa che "galleggia" nel campo: è il campo stesso che, per un istante, assume quella forma.
La realtà fondamentale è un gioco di relazioni matematiche, non un inventario di oggetti.
Le particelle non sono cose: sono eventi.
Un elettrone non "esiste" come una biglia che attraversa lo spazio. Esiste quando interagisce, quando lascia una traccia in un rivelatore, quando scambia energia con un altro campo. Tra un'interazione e l'altra, la sua realtà è descritta da una funzione matematica, una possibilità distribuita, non da una traiettoria concreta.
Il bosone di Higgs, scoperto nel 2012, non era un nuovo mattone della materia; era la manifestazione di un campo che conferisce massa alle altre eccitazioni.
In altre parole, ciò che rende "pesanti" le cose non è una sostanza, ma un'interazione diffusa, un dialogo continuo con un campo invisibile.
La stabilità che percepiamo è un effetto statistico, una sorta di tregua emergente dal caos microscopico. Un po' come una folla vista da lontano: ogni individuo si muove in modo imprevedibile, ma il flusso complessivo appare ordinato.
La solidità non è una proprietà fondamentale, ma una relazione.
Un tavolo è "solido" perché le interazioni elettromagnetiche tra i campi che lo compongono e quelli del nostro corpo impediscono la compenetrazione.
La materia, a livello microscopico, è un brulichio incessante. Non quiete, ma agitazione permanente.
Per secoli abbiamo immaginato l'identità come un'essenza che permane nel tempo. Ma questa immagine poggiava sull'idea che esistano "cose" che durano. Se la fisica ci dice che, a livello profondo, le cose non esistono, ma accadono, allora anche l'io deve essere ripensato. Il filosofo William James parlava della coscienza come di un "flusso": l'esperienza non è fatta di istanti solidificati, bensì di continuità dinamiche. Se il corpo è una configurazione temporanea di campi, e il cervello un sistema di processi elettrochimici in costante rinnovamento, l'io non può essere una cosa che "abita" questo sistema. È piuttosto ciò che accade quando certi processi di informazione raggiungono una particolare coerenza.
La fisica dei campi ci consegna dunque un'immagine del reale radicalmente anti-intuitiva: il mondo non è fatto di cose, ma di accadimenti regolati da relazioni.
La permanenza è un'illusione utile, non una verità ultima.
Dunque l'io non è un'eccezione miracolosa in un universo meccanico.
È un caso particolare della stessa logica: un processo emergente, una configurazione temporanea di informazione che si mantiene nel tempo grazie a un equilibrio dinamico.
Dire che la materia "smette di essere fondamentale" non significa negarne l'esistenza.
Significa riconoscere che ciò che chiamiamo materia è una manifestazione, non il fondamento. E se il fondamento è fatto di campi, relazioni, informazione in movimento, allora la sopravvivenza dell'io non potrà più essere pensata come la conservazione di una cosa, ma come la trasformazione di un processo.
SCAVANDO NEL FONDALE
Scavando nel fondale si solleva
la sostruzione solida del mare
lontana da ogni suono si scompone
cancellando l’impronta della mano
Tutto sembra muoversi dalla terra
smossa da una vallata senza l'aria
con un respiro profondo che scuote
e sgretola l’avvenire in attesa,
Come un'eco perenne si diffonde
una parola che soffia ben oltre
i miei pensieri, foglie disilluse
scese dal ramo ormai senza più peso
e senza un lamento sotto la volta
del cielo. Ma è primavera e resta,
tra i silenzi di un mondo pronto al nulla,
la descrizione al centro dell'abbaglio.
Gianfranco Isetta (Castelnuovo Scrivia, 1949) è un poeta, statistico ed ex amministratore pubblico italiano.
Laureato in Statistica alla Cattolica di Milano, è stato per dieci anni sindaco del suo comune natale, dove ha rilanciato il Centro Internazionale di Studi "Matteo Bandello".
La sua produzione poetica, spesso influenzata dalle sue passioni per la fisica e l'astrofisica, si distingue per una ricerca lirica tesa a indagare il senso dell'esistenza. Tra le sue raccolte principali figurano: Sono versi sparsi (2004), Stat rosa (2008, Premio ICI di Napoli), Passaggi curvi – Poesie non euclidee (2014, Premio Città di Acqui Terme), Senza turbare il cielo (2020), L'acerbo dei ricordi (2023). Salti quantici (PuntoaCapo Editrice 2025)
Presente in numerose antologie nazionali, collabora attivamente a giurie letterarie (come il Premio Gozzano) e da anni tiene incontri di poesia nelle scuole.
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ChiareVoci Edizioni promuove la diffusione della poesia contemporanea attraverso pubblicazioni, incontri culturali e il progetto editoriale consultabile nel sito della casa editrice.

Diventare un po' più pop questa è la condizione a cui la poesia dovrebbe aspirare.
RispondiEliminaE naturalmente con una nuova visione e definizione di pop.
Legata strettamente alla condizione scientifica, alle nuove scoperte scientifiche. A uno sguardo che deve sovrapporre gli oggetti, i sentimenti, la natura. Spostare la visione a qualcosa che "lascia tracce"...
Fuori delle consuetudini.
Azzardo una definizione di pop:
Popolare opposto al popolare.
Opposto alla consuetudini.
(Da Compostaggi, un contributo)
Questa traccia di bosone
evidenzia la falla inutile, in cucina
tre quattro sedie di serenità.
Il tavolo di traverso,
nel taglio della luce l’albicocca
spalmata sull’ultima fetta frantumata.
Sul tagliere disperse
le briciole della fisica interrotta.
Un furto variopinte di parole,
Higgs che apre e richiude la dispensa.
(Un omaggio a voi, soprattutto ad Isetta. Grazie)