Czesław Miłosz: la poesia come conoscenza dell'esperienza umana
Il testo di Iosif Brodskij dedicato alla poesia di Czesław Miłosz, accompagnato da tre componimenti del poeta polacco.
Il testo che segue è stato scritto da Iosif Brodskij in occasione del conferimento a Czesław Miłosz del Neustadt Prize for Literature nel 1978.
"Non ho alcuna esitazione nell'affermare che Czesław Miłosz è uno dei più grandi poeti del nostro tempo e forse il più grande. E anche se si privano le sue poesie della splendida ricchezza stilistica della sua lingua nativa, il polacco (come accade inevitabilmente nelle traduzioni) e le si riducono al puro contenuto, ci troviamo pur sempre di fronte a uno spirito severo, inflessibile, di una tale intensità che l'unico paragone che si è in grado di pensare è con i personaggi biblici e, più di tutti, con Giobbe. Ma l'entità della perdita subita da Miłosz è stata, e non solo in base a considerazioni geografiche, in qualche modo più ampia.
Miłosz ha ricevuto quella che si potrebbe definire l'educazione standard dei paesi dell'Europa orientale, che ha incluso, tra l'altro, l'esperienza del cosiddetto Olocausto, già da lui profetizzata nelle liriche della seconda metà degli Anni Trenta. La terra desolata che egli descrive nelle sue poesie del tempo della guerra (e in alcune del dopoguerra) corrisponde letteralmente alla realtà: non è Adone, questa volta non risorto, che vi manca, ma milioni di suoi compatrioti. E ciò che diede il colpo finale fu che la sua terra, dopo essere stata devastata fisicamente, gli venne sottratta e distrutta spiritualmente. Da queste ceneri sorse una poesia che non tanto cantava l'offesa e il dolore quanto sussurrava il senso di colpa del sopravvissuto. Il nucleo centrale dei temi più importanti della poesia di Miłosz è l'insopportabile percezione della impossibilità dell'essere umano di capire la propria esperienza, e quanto più il tempo lo separa da essa, tanto minori diventano le possibilità di comprenderla. È questa sola percezione che allarga la nostra conoscenza della psiche umana e getta una luce quasi spietata sulla proverbiale interazione di causa ed effetto.
Non sarebbe giusto tuttavia ridurre il significato della poesia di Miłosz solo a questo tema. Dopotutto la sua è una poesia metafisica che considera le cose di questo mondo (compreso lo stesso linguaggio) come manifestazioni di un regno superiore, miniaturizzato o ingigantito a beneficio della nostra capacità di percezione. Per questo poeta il processo dell'esistenza non è un enigma e nemmeno una spiegazione, ma è simboleggiato piuttosto da una provetta: l'unica cosa non chiara è quello che si sta sperimentando, se la resistenza dell'uomo al dolore o la durata del dolore in se stesso.
Czesław Miłosz è perfettamente consapevole del fatto che il linguaggio non è strumento di conoscenza, quanto piuttosto strumento di assimilazione in ciò che sembra essere un mondo chiaramente ostile, a meno che non venga utilizzato dalla poesia, che, sola, cerca di vincere il linguaggio nel suo stesso gioco, portandolo così il più vicino possibile alla conoscenza reale. Accorciando o, piuttosto, provocando un corto circuito nel processo analitico, la poesia di Miłosz libera il lettore dalle molteplici trappole psicologiche o puramente linguistiche, perché non risponde alla domanda «come vivere», ma a quella «per che cosa vivere». In un certo senso, ciò che il poeta enuncia è una versione spaventosamente asciutta dello stoicismo, che non ignora la realtà, per quanto assurda e orribile possa essere, ma la accetta come una nuova regola che la persona deve assumere senza rinunciare ad alcuno dei suoi valori, già ampiamente compromessi".
Caffè
Di quel tavolino al caffè,
Dove nei pomeriggi d'inverno brillava un giardino di brina,
Sono rimasto io solo.
Potrei entrarci, se volessi,
E tamburellando con le dita nel freddo vuoto
Richiamare le ombre.
La nebbia invernale sui vetri è la stessa,
Ma non entra nessuno. Un pugno di cenere,
Una macchia di putridume cosparsa di calce
Non si toglie il cappello, non dice allegramente:
Facciamoci una vodka.
Incredulo tocco il freddo marmo,
Incredulo tocco la mia mano: Ciò - è e io sono nella storia in atto,
Mentre quelli sono ormai chiusi per tutti i secoli
Nella loro ultima parola, nel loro ultimo sguardo.
E lontani come l'imperatore Valentiniano,
Come i condottieri dei Massageti, di cui non si sa nulla,
Benché sia trascorso appena un anno o due o tre.
Posso fare ancora il taglialegna nei boschi del lontano nord,
Tenere discorsi da una tribuna o girare un film
Con tecniche a loro sconosciute. Posso provare il sapore di frutti di isole dell'oceano
E farmi fotografare in costume della seconda metà del secolo.
Mentre loro sono per sempre ormai busti in jabot e frac
D'un Larousse mostruoso.
Talvolta però, quando il bagliore vespertino
tinge i tetti d'una povera strada
E fisso il cielo - vedo lassù, tra le nubi, Un tavolino vacillante. Il cameriere volteggia col vassoio,
E loro mi guardano scoppiando a ridere.
Perché ancora non so come si muore per crudele mano d'uomo.
Loro lo sanno, loro lo sanno bene.
Canzone sulla fine del mondo
Il giorno della fine del mondo
L'ape gira sul fiore del nasturzio,
Il pescatore ripara la rete luccicante.
Nel mare saltano allegri delfini,
Giovani passeri si appoggiano alle grondaie
E il serpente ha la pelle dorata che ci si aspetta.
Il giorno della fine del mondo
Le donne vanno per i campi sotto l'ombrello,
L'ubriaco si addormenta sul ciglio dell'aiuola,
I fruttivendoli gridano in strada
E la barca dalla vela gialla si accosta all'isola,
Il suono del violino si prolunga nell'aria
E disserra la notte stellata.
E chi si aspettava folgori e lampi,
Rimane deluso. E chi si aspettava segni e trombe di arcangeli,
Non crede che già stia avvenendo. Finché il sole e la luna sono su in alto,
Finché il calabrone visita la rosa,
Finché nascono rosei bambini,
Nessuno crede che già stia avvenendo.
Solo un vecchietto canuto, che sarebbe un profeta,
Ma profeta non è, perché ha altro da fare,
Dice legando i pomodori:
Non ci sarà altra fine del mondo,
Non ci sarà altra fine del mondo.
Speranza
La speranza c'è, quando uno crede
Che non un sogno, ma corpo vivo è la terra,
E che vista, tatto e udito non mentono.
E tutte le cose che qui ho conosciuto
Son come un giardino, quando stai sulla soglia.
Entrarvi non si può. Ma c'è di sicuro.
Se guardassimo meglio e più saggiamente
Un nuovo fiore ancora e più d'una stella
Nel giardino del mondo scorgeremmo.
Taluni dicono che l'occhio c'inganna
E che non c'è nulla, solo apparenza.
Ma proprio questi non hanno speranza.
Pensano che appena l'uomo volta le spalle
Il mondo intero dietro a lui più non sia,
Come da mani di ladro portato via.
Nota sulla fonte: il testo critico di Iosif Brodskij e le tre poesie di Czesław Miłosz qui riportati sono tratti dal volume Poesie, edito da Adelphi.

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