Poesia contemporanea oggi: forma, contenuto e rischio del kitsch – di Mauro Ferrari



Testo di Mauro Ferrari, direttore editoriale di Puntoacapo Editrice.

Questo intervento affronta alcune questioni centrali della poesia contemporanea: il rapporto tra forma e contenuto, il rischio di una deriva consolatoria della letteratura e la funzione della scrittura poetica nel presente.

Il dibattito, spesso degenerato in chiacchiera fra tifoserie sulla poesia e sulla poetica di Alessandra Carnaroli mi sembra nascondere un problema ben più serio e universale.
Vero: si può rintracciare nella poesia non solo italiana un movimento verso un impegno riparatore della letteratura, rilevato ad esempio in ambito francese (Alexandre Gefen, Réparer le monde. La littérature française face au XXIe siècle e La littérature est une affaire politique) e in ambito italiano da Walter Siti (Contro l’impegno, Rizzoli 2021), che sottolinea con preoccupazione la deriva verso una letteratura consolatoria, e in ultima istanza una narrativa che banalmente strizza l’occhio al pubblico, privilegiando il messaggio morale rispetto alla qualità stilistica e alla profondità psicologica.
Non sarà inutile ricordare, in ambito più strettamente poetico, come per Seamus Heaney la “riparazione della poesia” sia una difesa appassionata e raffinata del potere della letteratura di resistere alla riduzione del mondo a mera materia, ideologia o potere, offrendo invece un contrappeso immaginativo, linguistico e spirituale. Secondo lui “la poesia ripara in quanto fornisce il necessario contrappeso al principio di realtà”: sembra quasi un corollario a quanto esposto sopra, sulla scia di I.A. Richards che, soprattutto nei suoi libri Principles of Literary Criticism (1924) e Science and Poetry (1926), vede la poesia come uno strumento di equilibrio psichico e di organizzazione degli impulsi; più interiore e psichico, dunque, che sociale e universale.

Sia come sia, alla fin fine il dibattito si concentra, quasi senza rendersene conto, sul rapporto tra forma e contenuto – se ci riferiamo a Saussure – o meglio tra sostanza dell’espressione e sostanza del contenuto (Louis Hjelmslev, Prolegomeni a una teoria del linguaggio, 1943). 
Scendendo (precipitando) verso la concretezza dei testi ci si chiede: fino a che punto, e all’interno di quale perimetro di poetica, le tematiche sono svincolate (o si svincolano) dalla testualità? Fino a che punto i temi della poesia possono sfondare la gabbia espressiva e stilistica per diventare “interessanti in sé”, definendo anzi essi stessi il valore poetico di un testo? E, ulteriormente ma in modo centrale e ben esemplificato da Andrea Temporelli (cito a memoria), fino a che punto la rappresentazione artistica del brutto autorizza una brutta rappresentazione? 
Mi pare, volendo evitare le secche della definizione del Bello e del Brutto (e la stessa definizione di Poesia!) che non ci sia modo di autorizzare una brutta arte: il Brutto deve essere fatto rientrare all’interno di una definizione di arte in equilibrio fra la Tradizione e il Talento individuale. Il quale innova, tradisce, spezza ma non distrugge mai, anzi si innesta in un solco già definito come arte (poesia ad esempio) e diventa esso stesso tradizione, canone: ciò che si studia a scuola, per piombare in un campo che mi è caro – e che è ormai fossilizzato e congelato all’altezza del primo dopoguerra, e temo purtroppo in via definitiva.
Un’opera può raccontare di pedofilia, tortura, nichilismo, corruzione, degradazione fisica e morale, violenza, ma deve restare formalmente riuscita nella qualità formale ed espressiva. So benissimo che queste due parole possono aprire un mondo di riflessioni… Ma un’opera che descrive il brutto in modo banale, moralistico, didascalico, sentimentale, retorico o semplicemente mal scritto è brutta arte, cioè NON è arte, anche se ha “buone intenzioni”. È semplicemente kitch, cioè arte che finge di mostrare il brutto per rivelare una verità scomoda e non per esplorarne la complessità attraverso il controllo del mezzo tecnico usato. 

Questo è il nucleo del concetto di Kitschmensch (l'uomo kitsch) descritto da Hermann Broch: il kitsch richiede che lo spettatore/lettore diventi un “Feticista del sentimento” e provi un’emozione immediata come pietà o indignazione, che lo rassicuri sulla propria bontà morale senza richiedere alcuno sforzo critico. (Hermann Broch, Il Kitch, Abscondita 2022). Come definito da Umberto Eco, il kitsch è una “menzogna” perché non vuole mostrare la verità, ma un surrogato di essa che consenta al consumatore di sentirsi a posto con la coscienza.

L’apprezzamento “problematico” e persino conflittuale di pubblico e critica verso Carnaroli (e non solo: vedo però di passare dalla personalizzazione al nocciolo della poetica) perde di vista ciò che Šklovskij, nel suo saggio del 1917 L’arte come procedimento (o L’arte come tecnica) definisce “defamiliarizzazione”, cioè il presentare le cose familiari in modo insolito, così che il lettore le riscopra e percepisca di nuovo in modo fresco e intenso. Se vogliamo, questa è la “riparazione della poesia”, contro l’automatizzazione dell’abitudine: “A causa dell’abitudine, le cose ci diventano familiari, le percepiamo in modo automatico, smettiamo di “vederle” davvero. Viviamo come in un sonno, senza percepire la vita nella sua pienezza”. E altrove: «L’arte esiste per restituire la sensazione della vita, per far sentire le cose, per rendere la pietra pietrosa. Lo scopo dell’arte è di trasmettere l’impressione dell’oggetto come visione, e non come riconoscimento.»
La poesia è sorpresa.
È l’uso inatteso, innovativo e originale della parola, della sintassi, dell’immagine, dei concetti, del tono. Colpisce perché dice “What oft was thought beu ne’er so well express’d (Alexander Pope, Essay on Criticism): “Non l’avevo mai vista così”, insomma. È una sorpresa esistenziale: attraverso l’uso sapiente del linguaggio la poesia mostra una verità magari scomoda, banale o profonda che avevi sotto gli occhi ma non avevamo mai davvero notato. 
È lo straniamento che diventa riconoscimento improvviso.
Il kitsch, invece, è l’opposto della sorpresa: è prevedibile. Non c’è scarto, non c’è scoperta.
Ora, se proprio vogliamo, uno degli scopi dell’Avanguardia (di ogni avanguardia) è proprio quello di combattere l’articolazione linguistica del Potere, che è fondamentalmente politica, per porre l’attenzione al “rapporto tra ideologia e linguaggio, [in modo che] la letteratura abbia il compito fondamentale di attuare una critica dei linguaggi contemporanei, tanto di più nell’era della comunicazione virtuale globalizzata, con l’obiettivo di “rinsaldare pragmaticamente (nelle cornici e nei contenuti) mondo e testo” (Gilda Policastro, L’ultima poesia. Scritture anomale e mutazioni di genere dal secondo Novecento a oggi, Mimesis 2021, p. 127). Prosegue Policastro: “Comune è inoltre la convinzione che solo a partire da un rinnovamento delle forme e dei codici letterari si possa restituire un’idea di mondo non contraffatta” (ivi, p. 129). 

Così operando, questa idea di “defamiliarizzazione” rischia di polarizzarsi alle due estremità: da un lato, una scrittura “sperimentale” in cui la quota di straniamento incide pesantemente sulla percezione e comprensione (e dire persino sul piacere e sulla bellezza) del testo: è la storia della nostra Neoavanguardia e delle sue propaggini epigonali fino a oggi, che si focalizza sul totale straniamento, sulla rottura dei legami tra forma e contenuto. Dall’altro lato, si punta tutto sul livello contenutistico, che affronta di petto temi sociali e politici, ma (e qui sta il punto) trascura il livello stilistico – quello che (mia opinione) definisce la poesia: non punta cioè a inserirsi in modo costruttivamente dialettico nel Canone, attraverso uno straniamento programmaticamente controllato, quindi ragionato – espressione che rimanda al Rimbaud e al suo “lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi”, che deve appunto produrre uno straniamento, una defamiliarizzazione della percezione / visione e del linguaggio (Lettera del Veggente del 15 maggio 1871) pur restando Letteratura. 
Lautréamont (Canti di Maldoror, Canto VI): “Bello come l’incontro fortuito, su un tavolo di dissezione, di una macchina da cucire e di un ombrello!” Sorpresa, stupore che diventano poesia.


Su questi temi si vedano anche altri interventi pubblicati nel blog di ChiareVoci Edizioni:

Il dibattito sulla poesia contemporanea si intreccia con l’attività editoriale di ChiareVoci Edizioni.

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