Sanguineti, Kundera e il pubblico complice

Edoardo Sanguineti e il pubblico della poesia

Una riflessione sul lettore ideale, sul rapporto tra autore e pubblico e sul significato della scrittura a partire da Edoardo Sanguineti e Milan Kundera.

Ieri mi è capitato di ascoltare su YouTube la registrazione di un incontro letterario con Edoardo Sanguineti. A un certo punto gli veniva chiesto se scrivesse pensando a un particolare tipo di pubblico. La risposta, nella sua pur semplice ovvietà, mi ha colpito.
Pur riconoscendo che testi come quelli di Laborintus fossero volutamente difficili e poco concilianti, Sanguineti osservava che chi scrive ha sempre in mente un lettore, anche quando si tratta di una figura ideale. Nel suo caso, però, quel lettore non era affatto astratto: pensava a una cerchia ristretta di amici e conoscenti che condividevano la stessa idea di poesia e la comune sensibilità letteraria.

Questa osservazione mi ha fatto riflettere sul ruolo che hanno gli amici nella vita di un autore. Chi conosce personalmente l’autore è spesso disposto a concedergli un surplus di indulgente attenzione che un lettore qualsiasi non concederebbe: più attenzione, più pazienza, una disponibilità maggiore a entrare in un testo difficile. Se esistono stima o affetto, si è portati a leggere più a fondo, a cercare un senso e un valore anche dove questi non si offrono immediatamente.

Sanguineti definiva queste persone dei "complici". Mi piace questa parola. In fondo la scrittura poetica è davvero una sorta di piccolo delitto innocente, un gesto che chiede qualcuno disposto a seguirci, almeno per un tratto di strada, senza pretendere spiegazioni immediate.

Nello stesso incontro guardato ieri su Youtube emergeva un'altra considerazione che oggi suona sorprendentemente attuale. Già negli anni Ottanta Sanguineti parlava di una crescente sovrapproduzione di poesia. Osservava come, esauritasi una stagione in cui molte energie si erano riversate nel discorso politico, una parte di quelle stesse pulsioni si fosse trasferita nella scrittura poetica. Con una punta di ironia, sosteneva che quell'infantilismo tradotto in versi fosse perlomeno meno pericoloso di quanto non fosse stato l’infantilismo che si manifestava nella lotta politica.
Al di là della provocazione, ciò che mi interessa della sua riflessione è la domanda che lascia aperta: quanto della poesia che scriviamo nasce da un autentico bisogno di conoscenza, e quanto invece da un bisogno di espressione immediata, di conferma o di appartenenza?

La stessa domanda era stata proposta durante un incontro letterario al quale ho assistito. 
Al termine dell'incontro una persona dal pubblico aveva chiesto ai tre autori presenti se scrivessero per sé stessi o per il pubblico. Le loro risposte mi avevano deluso: restavano in superficie, galleggiavano sul lato pratico della vicenda editoriale, sul non aver mai immaginato, all’inizio dei loro sforzi letterari, di arrivare alla pubblicazione e di conseguenza che avessero sempre scritto solo per loro stessi. Non si azzardavano a entrare nell'essenza della scrittura.
Eppure la questione è semplice: la scrittura è intrinsecamente un atto di comunicazione. Anche quando si desidera che uno scritto rimanga chiuso in un cassetto come un diario segreto, esiste sempre, da qualche parte, un lettore ideale con il quale si sta comunicando. Chi scrive possiede quasi sempre un pubblico immaginario fatto di persone , anche senza averne in mente il volto, che vedono il mondo alla stessa maniera.
Lo sapeva bene Sanguineti, che mentre scriveva Laborintus era consapevole di quanto fosse ostico e sperimentale, eppure aveva in mente verso chi indirizzarsi: gli studenti di letteratura con cui interagiva, quelli capaci di seguirlo nel labirinto. 

Questo concetto è illustrato, con la consueta precisione di visione, da Kundera ne L'insostenibile leggerezza dell'essere: il personaggio di Franz partecipa attivamente a  manifestazioni per la pace come se la sua ex amante Sabina (che lo aveva abbandonato) lo stesse guardando dall'alto del suo empireo irraggiungibile e approvasse il suo impegno. Franz agisce per lei, per quel pubblico singolo e  idealizzato in grado di comprendere e apprezzare i suoi sforzi.
Chiedersi a quale pubblico ci rivolgiamo quando scriviamo è una domanda scomoda, ma forse necessaria. 
Soprattutto in un'epoca in cui scrivere versi è diventato più comune e innocuo che mai, e trovare complici sinceri è sempre più difficile.



Approfondimenti correlati

Questo articolo è pubblicato nel blog di ChiareVoci Edizioni, casa editrice indipendente dedicata alla poesia, alla narrativa e alla saggistica contemporanea.









Commenti

Post popolari in questo blog

Sono aperte le iscrizioni al Concorso “ChiareVociPoesia inedito” 2025

Storie di Luca Piccoli: la memoria come racconto e il racconto come resistenza

Versi fatti con i piedi di Rino Lorusso – libro di poesia pubblicato da ChiareVoci Edizioni