L’isolamento di Dino Campana

 
Dino Campana autore dei Canti Orfici


Dino Campana è stato un “irregolare” delle nostre patrie lettere. Non aveva una formazione  accademica, ma fu un poeta colto e consapevole del suo lavoro. Conosceva la letteratura e la poesia  europea, in particolare quella francese, amava Nietzsche e Baudelaire, i suoi punti di riferimento  letterari. Probabilmente conosceva I grandi iniziati di Schuré,1 dal quale attinse la figura di Orfeo,  sentendone quasi le affinità, portatore anch’egli di una nuova parola nel panorama poetico italiano.  Visse sempre oscillando tra la repulsione verso la cultura italiana coeva e il bisogno del tutto  naturale di sentirsi riconosciuto, bisogno in lui acuito dalle tragiche vicende familiari e sociali che  lo costrinsero a vivere sempre ai margini. In una lettera a Prezzolini nel gennaio del 1914, poco  prima della pubblicazione del suo unico libro,2 scrisse: «Nessuno mi vuole stampare ed io ho  bisogno di essere stampato; per provarmi che esisto».3 

Viaggiatore instancabile, partì cento volte e sempre fece ritorno ai suoi luoghi natii. Insoddisfatto,  inquieto, le vicende della sua incompresa vita si possono riassumere in poche battute: una fuga  dietro l’altra, internamenti, ritorni al suo paese, per sentirsi ogni volta rifiutato, nuove fughe.  Campana era un uomo fondamentalmente molto solo, senza affetti, inascoltato, con un gran bisogno  di amare e di sentirsi amato, come dimostrano molti dei suoi versi. Tra questi spiccano quelli  dedicati a Sibilla Aleramo, forse l’unico amore della sua vita:  

In un momento / Sono sfiorite le rose / I petali caduti / Perché io non potevo dimenticare le rose.4 

La sua vicenda biografica ci informa di un rifiuto “risentito” da parte di Fanny, la madre, già in  tenera età, e di un padre incapace di rimettere ordine tra le dinamiche familiari. Tutta la vicenda  psicologica del poeta nasce tra queste mura, e tra le case del suo paese, Marradi, dal quale si era  sempre sentito respinto, accusato di condotta immorale e indotto più volte ad allontanarsi. Per  questo, fin da giovane, aveva preso l’abitudine di scappare nei boschi, sull’Appennino circostante,  dando inizio al suo nomadismo. Era considerato il matto del paese, stigmatizzato per i suoi  atteggiamenti “strani”, più volte arrestato su denuncia dei suoi stessi paesani. Marradi divenne  presto l’inferno, il luogo da cui fuggire sempre, un mondo claustrofobico e tenebroso, come si  evince anche dal testo Il viaggio e il ritorno, nella sezione La notte del suoi Canti.5 Spesso, nelle  sue visioni poetiche, la figura materna si confonde con immagini di donne mature, prostitute o  figure mitiche (“la Matrona”, “l'Ancella”). In queste figure ancestrali il poeta cercava quel calore e  quel nutrimento che la madre biologica gli aveva negato. 

E’ una vicenda dolorosa e commovente, quella di Campana, sulla quale poi è nata anche tanta  letteratura. La leggenda del “poeta maledetto” nasce in questo contesto e si allarga a dismisura nei  decenni. I suoi problemi caratteriali erano per lo più fomentati dalle convenzioni sociali di  quell’epoca, e comunque non era certo un fenomeno isolato. Il suo malessere esistenziale, lo stesso  disagio, era condiviso da molti coetanei, in Italia e in Europa, in un momento storico che potremmo  definire una cloaca, all’apice del crollo di una civiltà. Tale inadeguatezza dei tempi si espresse per  alcuni con una conversione religiosa (pensiamo a Rebora che prima del ritiro monastico soffrì come  Campana), per altri con il suicidio (tra gli altri, Carlo Michelstaedter che si sparò a 23 anni); altri  ancora con il silenzio e il ritiro (Sbarbaro) o con l’internamento. Campana, tra questi, non riuscì a reggere la durezza del tempo apocalittico che stava vivendo, “la fine di un corso di storia” come lui  stesso lo definì. Era dunque anche il disagio di un’epoca.  

Dal punto di vista psichiatrico non esistono documenti che attestino in modo chiaro e  incontrovertibile la follia del poeta, almeno secondo la nomenclatura di oggi. «Il primo referto  medico di cui si abbia notizia – dopo quanto il babbo ebbe a dichiarare fin dal 1900 al professor  Burgia del manicomio di Imola – reca la firma del professor Vitali, risale al 1906 e diagnostica “una  forma psichica a base di esaltazione, per cui si rende necessario il riposo intellettuale, l’isolamento  affettivo e morale, e l’uso di preparati bromici”».6 Diagnosi come si vede molto generica. Il dottor Carlo Pariani, lo psicanalista che lo ebbe in cura negli ultimi anni nel manicomio di Castel Pulci,  presso Badia a Settimo, formulò la diagnosi di psicosi dissociativa ebefrenica, ma a fronte dei 

numerosi ricoveri del poeta non ci fu nessun documento attendibile, fino a quel momento, se non  generici giudizi come “matto furioso”, affetto da “demenza precoce?” (con la formula dubitativa del  punto interrogativo), “dedito al caffè del quale è avidissimo e ne fa un abuso eccezionalissimo”.7 Lo stesso Campana scrisse di sé nel 1914: «Vivo al piede di innumerevoli calvari. Tutti mi hanno  sputato addosso dall’età di 14 anni».8 Se mai ci fu tutta una serie di concomitanze che indussero i  familiari e le autorità del paese ad allontanarlo, ancora molto giovane, dalla famiglia e dal consorzio  umano. E sempre con motivazioni molto superficiali che riguardavano la pubblica sicurezza, mai le  condizioni reali di salute del ragazzo. Ma queste erano allora le condizioni sociali: all’inizio del XX  secolo la salute non era ancora un diritto individuale. In Italia si dovrà attendere il 1978 per  l’approvazione della legge che sancisce la nascita del Servizio Sanitario Nazionale. Oggi esistono  strutture che operano per la salute del paziente e i certificati medici sono di carattere esclusivamente  medico sanitario e non stilati sulla base di preconcetti morali e socioeconomici o per problemi di  pubblica sicurezza, come accadde a Campana. Vale più di tutte le notule scritte sul suo conto questa  sua nota autografa, ritrovata tra le sue carte, forse preparata per l’edizione dei suoi Canti: «Dino  Campana nacque il 20 agosto 1885 in Marradi, [...] All’età di quindici anni colpito da confusione di  spirito, commise in seguito ogni sorta di errori ciascuno dei quali egli dovette scontare con grandi  sofferenze. Conservò l’onore, benché ormai esso non gli servisse più a nulla e, come a testimonio di  se medesimo, in vari intervalli della sua vita errante scrisse questo libro».9 

I Canti Orfici escono nell’estate del 1914, prima ancora del Porto sepolto di Ungaretti e degli Ossi di Montale. Sono un testo prosimetro in cui è narrato un viaggio interiore, la ricerca iniziatica di un  senso più profondo della vita, calato in una realtà frammentaria e ostile. Viene descritto un percorso  circolare, dal buio alla luce, una luce senza Dio, ma mitica. Evidente l’influenza di Dante sin dalla  Vita Nova, ma anche dei Piccoli poemi in prosa di Baudelaire che Campana conosceva bene in  originale. Il percorso parte dalla sezione Notte e approda alla luce mediterranea e solare dell’ultimo  componimento, Genova. Dopo la catabasi segue l’anabasi con la salita a La Verna, il purgatorio di  Dante. Questo è stato il suo giro iniziatico: dalla discesa agli inferi, non solo personale, alla luce di  un nuovo mondo e di un nuovo uomo tanto agognato, ma mai raggiunto, almeno personalmente, dal 

poeta. Nella prosa Pampa si legge:  

“Quiere Usted Mate? Ricevetti il vaso e succhiai la calda bevanda. Gettato sull’erba vergine, in faccia  alle strane costellazioni io mi andavo abbandonando tutto ai misteriosi giochi dei lor arabeschi [...] e  allora fu che nel mio intorpidimento finale io sentii con delizia l’uomo nuovo nascere; l’uomo  rinascere riconciliato colla natura ineffabilmente dolce e terribile”.10 


La rinascita qui descritta è solo simbolica, letteraria, se il poeta ha bisogno di una bevanda  allucinogena per raggiungere uno stato di coscienza diversa. 

I Canti Orfici sono la testimonianza drammatica di questo tentativo di rinascita a nuova vita, del  bisogno di sentirsi accettato. Si potrebbe dire che tutta la poesia di Campana è il tentativo di salvarsi  da questo “inferno” che lo assorbe tragicamente. Tentativo purtroppo rimasto congelato, e che i suoi versi frammentati, violentemente colorati di viola di nero di rosso, testimoniano come un grido  disperato d’amore:  

La sera fumosa d’estate / Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra / E mi lascia nel cuore un  suggello ardente. [...] – c’è / Nella stanza un odor di putredine: c’è / Nella stanza una piaga rossa  languente.11 

Mancò al poeta l’aiuto necessario per trarre beneficio dalla sua stessa esperienza, costellata come si  è detto da incomprensioni e rifiuti. Per tutta la sua breve vita Campana cercò disperatamente un  riconoscimento, pubblico oltre che privato, ma invano, se persino nell’ambiente letterario fiorentino  si sentì deriso dallo stesso Papini, e addirittura sbadatamente “smarrito” da Soffici.12 

Campana era un uomo solo, isolato, escluso. Eppure, forte in lui era il desiderio di comunione se a  soli 25 anni intraprende un viaggio che potremmo definire spirituale, tra i suoi boschi e i suoi amati  monti, alla ricerca di una “casa” vera a cui fare ritorno, e di una luce che gli rischiarasse il  cammino. Fu un viaggio che si compì nell’arco di dieci giorni, tra i monti della Falterona, fino a La  Verna, sui passi di san Francesco. 

“Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso le valli immensamente  aperte. Il paesaggio cristiano segnato di croci inclinate dal vento ne fu vivificato misteriosamente.  Volava senza fine sull’ali distese, leggera come una barca sul mare. Addio colomba, addio! Le  altissime colonne di roccia della Verna si levavano a picco grige nel crepuscolo, tutt’intorno chiuse  dalla foresta cupa”.13 

Così scrive nel suo diario La Verna, durante il pellegrinaggio compiuto nel 1910. San Francesco è  descritto come un “caro santo italiano” e “ombra di Cristo”. Campana ne ammira la “rinuncia  semplice e dolce” e la capacità di intonare un canto alla natura in totale solitudine. 

“Il corridoio, alitato dal gelo degli antri, si veste tutto della leggenda Francescana. Il santo appare  come l’ombra di Cristo, rassegnata, nata in terra d’umanesimo, che accetta il suo destino nella  solitudine. La sua rinuncia è semplice e dolce: dalla sua solitudine intona il canto alla natura con fede:  Frate Sole, Suor Acqua, Frate Lupo. Un caro santo italiano. Ora hanno rivestito la sua cappella scavata  nella roccia”.14 

Forse proprio qui, tra queste rocce, Campana riuscì a trovare un momento di pace e a riconciliarsi  con il mondo. Mi piace pensarlo. Purtroppo fu solo per un brevissimo momento, perché non ebbe  modo di approfondire l’esperienza di una rinascita interiore, di “ri-venire al mondo” e di ri congiungersi a una purezza originaria. La tragedia di Campana fu soprattutto il suo isolamento,  subìto, l’ostracismo che dovette patire da parte della “comunità” del suo tempo. E certamente anche  dalla sua impossibilità di trattenere “la luce” nelle condizioni in cui si trovava, senza una fissa  dimora, senza un lavoro, degli amici, un affetto sincero e stabile. Trascorse gli ultimi 14 anni della  sua vita nel manicomio di Castel Pulci, alternando momenti di depressione ad altri di lenta ripresa. 

Ma sembrava essere a suo agio in quel luogo, vivendo una vita serena e sedentaria, stando a quanto rivelò al dottor Pariani: «Sono abituato a questa monotonia, non mi fa più impressione. Non  desidero cambiare, né ricevere visite, né uscire».15 

Mi piace pensare che l’abbia trovata alla fine, la  sua pace, proprio lì, tra quelle mura, alla fine dei suoi anni.



1 E. Schuré, I grandi iniziati, Laterza, Roma-Bari 1998.

2 D. Campana, Canti orfici e altre poesie, Garzanti, Milano 1989. 

3 Campana, Opere e contributi, a cura di Enrico Falqui, Vallecchi, Firenze 1973, p. 145. 

4Ivi, p. 390. 

5Ivi, p. 15.

6Ivi, p. 156 

7 G.Turchetta, Dino Campana. Biografia di un poeta, Feltrinelli, Milano 2003, p. 64. 

8Ivi, p. 87. 

9 Campana, Opere e contributi, Op. cit. p. 142. 

10 Ivi, p.69.

11 Campana, Opere e contributi, Op. cit. p. 24. 

12 Ci si riferisce alla perdita del suo manoscritto Il più lungo giorno che Campana consegnò a Soffici per una  valutazione e che quest’ultimo smarrì, durante un trasloco, per essere ritrovato più di mezzo secolo dopo! 13 D. Campana, Canti orfici e altre poesie, Op, cit., p. 34-35. 

14 Ivi, p. 36.

15 Articolo pubblicato su https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/arte_e_cultura/22_febbraio_28/firenze viaggio-dentro-villa-manicomio-dove-mori-poeta-dino-campana-90-anni-fa-




Gianni Fabiano è nato a Genova, dove vive. Da molti anni è impegnato in un percorso di liberazione interiore con il movimento culturale Darsi Pace per un’umanità più relazionale e nonviolenta. Da questa esperienza ha tratto ispirazione per la sua ricerca poetica. Ha ricevuto diversi riconoscimenti in ambito letterario, tra cui il Premio Città di Mestre e il Premio Città di Castello. In continuità con la recente pubblicazione Un lungo andare cercando (La Ruota Edizioni). La sua ultima raccolta “Se non è chiedere troppo”  si è aggiudicata il Premio ChiareVoci 2025.


Sul rapporto tra poesia, esperienza interiore e ricerca spirituale si vedano anche altri articoli di Fabiano:

La poesia come esperienza iniziatica
Per una poetica del ritorno


ChiareVoci Edizioni è una casa editrice indipendente che si occupa di poesia contemporanea, narrativa e saggistica.




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