Il Gancio Poetico – Fabio Sebastiani
1) Come è stato il tuo incontro con la parola poetica?
Se vogliamo focalizzarci sul “come”, posso dire, sinteticamente, che è stato lento e totalizzante. Non è facile e nemmeno scontato che si arrivi a riconoscere la parola poetica e ad adottarla come una presenza di famiglia. Quando dentro di te avverti un impulso in quella direzione la strada è in realtà appena tracciata, appena visibile. Poi ad un certo punto di questa frequentazione, astratta ma terribilmente coinvolgente, accade che a prezzo di enormi sacrifici individui qualcosa di più preciso. Ma è proprio in quel momento che inizia la salita. C’è un’assunzione di responsabilità, la formulazione di un legame che, credo, non si scioglierà più. Da lì possiamo dire che fare il poeta è supportato da una disciplina, dal rispetto di regole e dal perseguimento di sfumature sempre più adeguate. Da questo punto di vista è la stessa pratica dell’artigiano, che non vede mai la fine del proprio lavoro.
2) Cosa vuol dire, per te, essere un poeta Realista Terminale? Come ha cambiato il tuo approccio alla Poesia?
Per me essere un poeta Realista Terminale vuol dire avere la possibilità di affinare un punto di vista critico rispetto alla realtà e quindi dare una giusta collocazione alla naturale inclinazione al lirismo. È come se si raggiungesse un equilibrio nella distribuzione di forze e vettori. Il possibile cambiamento del reale non è più o soltanto un orizzonte che riguarda l’individuo ma sta dentro un insieme di istanze pluriverse, di campi di forze difficili da individuare ma che divengono via via più chiare grazie alla parola poetica che il Realismo Terminale offre. Spero di aver con questo anche risposto alla seconda parte della tua domanda. Posso aggiungere che la frequentazione con il Realismo terminale mi permette di incontrare poeti sempre pronti al confronto e allo scambio. Non è un caso se con una di loro, Annachiara Marangoni sono riuscito a completare un pamphlet su AI e poesia. Insomma, dal mio punto di vista RT è un laboratorio denso di spunti e nuove acquisizioni.
3) Che relazione/connessioni vedi tra il tuo essere poeta e la tua professione?
Di professione ho fatto, e continuo a fare, il giornalista. È stato importante per me, perché mi ha permesso di coniugare l’impegno sociale e politico con il grande tema dell’espressione e dell’affermazione delle proprie elaborazioni in un contesto generale in cui il soggetto tende ad assottigliarsi sempre di più lasciando la scena solo a chi ha più capitali da investire. Giornalismo e poesia condividono la sintesi nella parola. Non è poca cosa. Senza sintesi si rimane intrappolati in una procedura in cui la l’esplicazione coincide con la propria chiarezza, arrivando a scambiare l’atto creativo con la focalizzazione.
4) Cosa può dare il Realismo Terminale al mondo poetico e non?
In un contesto in cui come qualcuno dice in Italia esistono tra i due e tre milioni di poeti la risposta appare ardua. Posso dire però che il Realismo Terminale rappresenta un filone di pensiero ben saldo nelle sue premesse e quindi in grado di affrontare i cambiamenti che si stanno annunciando. E poi c’è da dire che il Realismo terminale non si perde in chiacchiere, va subito nel nodo del problema, sottolineando la centralità della similitudine e quindi di tutta la corona “significazionale” incentrata sul ruolo della metafora in poesia, ovvero il cuore del linguaggio. La sterzata proposta dal Realismo Terminale, per come la vedo io, costringe ogni poeta ad uscire dalla propria comfort zone di senso. Ecco perché alla base del Realismo terminale c’è una operazione critica imprescindibile. È grazie a questa torsione che RT si è guadagnato una fama internazionale presso le comunità di poeti e poete in Cina, negli Usa e anche in Europa.
5) Come vedi l'IA? Può essere uno strumento per sostenere l'umano o il contrario? Che apporto può dare, a tuo modo di vedere, la poesia a questa realtà (IA) sempre più artificiale e disumanizzata?
Il dibattito sull’AI è davvero troppo denso per potersi ritagliare una posizione originale che abbia un senso e, nello stesso tempo, offra un punto di riferimento concreto. Tutto è dominato da grandi interessi economici e da strategie socio-politico-militari. Detto questo, nel pamphlet appena pubblicato sostengo che l’AI ben lungi dall’imitare la mente umana è costretta ad aggredire il linguaggio umano; ma ciò facendo lo mette nei guai perché crea una sorta di buco nero che in modo lento e costante assorbirà ogni naturale inclinazione evolutiva delle varie lingue. La poesia, proprio perché è al centro del linguaggio in quanto da sola può essere fonte di infinite metaforizzazioni e quindi di creatività intrinseca, può giocare un ruolo di primo piano andando via via a sottrarre alla “codificazione” dell’AI tutti quei territori di senso che configurano l’umano. Territori che se lasciati nel cosiddetto pensiero digitale andrebbero incontro a morte certa. Come scrivo in un mio verso: solo se “oggi farà tanta poesia” avremo qualche possibilità di cavarcela in questa lotta contro la terza stagione della schiavitù: schiavi di noi stessi, schiavi da altre etnie e schiavi di entità algoritmiche astratte.
6) Quali sono i tuoi maestri? Quali sono, secondo te, i maestri nel terzo millennio in poesia?
Premesso che la parola maestro in poesia non ha un grande senso proprio perché l’affinità che si sente con alcuni autori è qualcosa di molto profondo e vibrazionale, cosa che in un rapporto tra maestro e discepolo è un po’ fuori dal quadro, quando ragiono in termini di ascendenze mi viene naturale pensare a Pasolini, Magrelli e Montale. Pasolini perché la parola è autenticità profonda in un contesto in cui l’autenticità è erosa dalla modernità; una scelta etica, insomma. Magrelli, per la capacità di comporre un quadro ironico e distaccato della realtà in cui siamo sempre più invischiati; Montale per quell’attenzione all’umano che, non dimentichiamolo, matura nella temperie della prima guerra mondiale, quella in cui l’umanità ha dovuto fare i conti con la mancanza di limiti della propria capacità distruttiva. A Guido Oldani va dedicato un capitolo speciale, e in parte anche a Giuseppe Conte, per quella spinta alla sottrazione al senso comune in poesia. Sì il senso comune esiste anche in poesia. È una diretta conseguenza delle “magnifiche sorti e progressive” del mercato applicato alla cultura. Per certo mondo accademico è un po’ come l’alloro, la conquista di una posizione che frutta rendite a non finire, ovviamente per chi ne sa approfittare. In un contesto in cui la poesia è una linea estremamente rarefatta, potersi vantare di questo o di quello, dimenticato la scelta etica sui contenuti autentici e reali, conta assai. È una sottrazione che tornerà a produrre senso non appena la comunità socio-culturale che ci appartiene, convenzionalmente chiamata Italia, toccherà il fondo. E secondo me siamo molto vicini. Quello che è chiaro è che da troppo tempo stiamo scavando. Anche chi dovrebbe, per compito istituzionale, individuare soluzioni, non fa altro che improvvisare dépliant di terzo ordine. Non c’è nulla all’orizzonte se non quel moto interno, quasi inevitabile, di ricomposizione spontanea, più che altro legato alla biologia che alla cultura. Torno a dire, in altri paesi non è così, ma noi fatichiamo a prenderne coscienza, a farne un oggetto dialetticamente significativo. E allora, l’unica è aspettarsi l’attrito meccanico del fondo. Solo allora, per attrito, appunto, qualcosa o qualcuno ci spingerà a immaginare, cercando affannosamente di metterli in pratica, nuovi orizzonti. Speriamo non sia troppo tardi per la poesia, impegnata da sempre nel compito di indicare nuovi contenuti.
BIOGRAFIA
Nato a Roma nel 1960. Ha trascorso gran parte della carriera professionale presso il quotidiano Liberazione. Attualmente, oltre a collaborare continuativamente con la rivista “Dialoghi mediterranei”, è conduttore radiofonico e promotore di un programma dedicato alla poesia. Diverse sue poesie sulla guerra sono presenti in alcune antologie. Tre le opere pubblicate, due di poesia e una di aforismi, più altre a cui ha partecipato come curatore: “Molecole semplici per rivoluzioni complesse” (Ensemble, 2018); “Se non torna il canto” (Ensemble, 2025) e “Concerto per aforisma (quasi) solo” (Zona, 2011). È tra i fondatori del gruppo “La Poetanza”. Nel 2026 è uscito il pamphlet, scritto con Annachiara Marangoni, dal titolo “AI, il cappio alla parola”. Dal 2025 fa parte del movimento poetico “Realismo terminale”, fondato da Guido Oldani.
Benedetto Ghielmi, nato a Milano nel 1988, poeta Realista Terminale, fondatore del gruppo poetico di “Condividendo Poesia”. Ideatore del “Piccolo Teatro della Poesia Terminale” a Vimercate (MB) e del “Piccolo Festival di Poesia – Cortili Di-versi” a Orino (VA). Organizzatore di eventi legati esclusivamente alla poesia. “Anime di vetro” (Campanotto – prefazione di Guido Oldani) è la sua prima raccolta poetica realistico terminale. Diffonde la pratica poetica nelle giovani generazioni creando il metodo “Condividendo Poesia” attraverso il format laboratoriale “Poesia per tutti”.
Altri approfondimenti sulla poesia contemporanea pubblicati nel blog di ChiareVoci Edizioni:
- Poesia contemporanea oggi: forma, contenuto e rischio del kitsch – di Mauro Ferrari
- Nell’attuale asfittico panorama culturale - otto domande a Gianni Fabiano
- Nell’attuale asfittico panorama culturale - otto domande a Rino Lorusso
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