La siepe, il muro, il varco, l’orizzonte. Leopardi e Montale a confronto
Due immagini, due modi di pensare il limite: come Leopardi e Montale guardano oltre l'ostacolo che hanno davanti
Di fronte a un ostacolo fisico che impedisce lo sguardo, Leopardi e Montale guardano in due direzioni opposte: è un'immagine che mi ha sempre colpito. Per Leopardi è una siepe, per Montale un muro; stessa situazione di partenza, due visioni del mondo opposte.
La siepe dell'Infinito (quella che "da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude") è un limite che funziona da trampolino. Proprio perché non può vedere cosa c'è oltre, Leopardi è costretto a usare il pensiero, ad attivare l'immaginazione. "Finge" (nel senso latino del termine: costruisce, plasma) spazi interminati e sovrumani silenzi. Il risultato è il naufragio dolce nel mare dell'infinito. La siepe, paradossalmente, è ciò che rende possibile il viaggio.
Il muro di Montale (quello di Meriggiare pallido e assorto, con "in cima cocci aguzzi di bottiglia") non invita a nessun viaggio. Non è un elemento naturale e morbido come la siepe: è tagliente, fatto di scarti industriali. Chi prova a scavalcarlo si ferisce. Per Montale la vita è "seguitare una muraglia": non c'è naufragio dolce, solo la consapevolezza di essere chiusi in una prigione esistenziale. Il muro è il simbolo del male di vivere.
Potremmo dirla così: in Leopardi il limite è una porta socchiusa (basta chiudere gli occhi per essere altrove), in Montale è una sentenza definitiva (anche tenendo gli occhi aperti, si rimane fermi davanti ai vetri rotti della realt).
Ma c'è un secondo livello, ancora più interessante. Se il muro è l'ostacolo, il varco è l'ossessione di Montale: la ricerca di una via d'uscita. Ed è qui che il confronto con Leopardi si fa più sottile.
In Leopardi, oltre la siepe c'è il "tutto": l'infinito, un'esperienza piena e vitale, costruita però dall'interno, dalla mente dell'uomo. È un processo psicologico: il cuore umano, non potendo essere felice nel finito, si rifugia nell'indeterminato. Leopardi "finge", nel senso più nobile del termine.
In Montale, il varco non è una costruzione della mente ma una possibilità oggettiva (seppur quasi impossibile) che la realtà si spezzi. Non lo crea l'immaginazione: lo provoca un evento esterno, imprevisto. Un odore di limoni, uno sguardo, un riflesso. È quello che Montale chiama "lo sbaglio di natura", il punto morto del mondo, l'anello che non tiene. Un miracolo laico, non cercato ma atteso. E oltre il varco non c'è necessariamente un paradiso: c'è la realtà vista senza filtri, senza maschere.
Mentre Leopardi vuole naufragare nell'infinito, Montale vuole disbrogliare il filo che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità. Due movimenti opposti: uno si abbandona all'immensità, l'altro vuole vedere in faccia la cosa esatta.
Approfondimenti correlati
Il Romanticismo inglese: spazio, natura e immaginazione nella poesia
La poesia come esperienza iniziatica
ChiareVoci Edizioni promuove la diffusione della poesia contemporanea attraverso pubblicazioni, incontri culturali e il progetto editoriale consultabile nel sito della casa editrice.

Commenti
Posta un commento